Con l’ordinanza del 1 aprile 2019, n. 9006, la Cassazione affronta una serie di interessanti profili riguardanti la validità di un accordo-transattivo sottoscritto, nella circostanza, in sede sindacale.

Sempre più, infatti, si tende a ricorrere alla soluzione conciliativa per risolvere o prevenire una controversia, utilizzando l’una o l’altra delle diverse opportunità offerte dal legislatore, fra le quali assumono particolare rilevo, anche per rapidità e affidabilità, le Commissioni sindacali e quelle di certificazione.

Nel rigettare i motivi di ricorso e confermando le pronunce di merito, la Suprema Corte ripercorre i propri indirizzi consolidati, rammentando che in materia di atti abdicativi di diritti del lavoratore, le rinunce e le transazioni aventi ad oggetto diritti del prestatore previsti da disposizioni inderogabili di legge o di contratti collettivi, contenute in verbali di conciliazione conclusi in sede sindacale, non sono impugnabili a condizione che l’assistenza prestata dai rappresentanti sindacali sia stata effettiva, così da porre il lavoratore in condizione di sapere a quale diritto rinunci e in quale misura, nonché, nel caso di transazione, dall’atto si evincano la questione oggetto della lite e le reciproche concessioni, ai sensi dell’art. 1965 c.c.

Appare dunque di estrema importanza pratica, al momento della sottoscrizione, l’accertamento che il lavoratore abbia ben compreso la portata dell’atto che si appresta a firmare e delle sue conseguenze sul piano giuridico.

Nel verbale devono risultare gli elementi essenziali del negozio, deve evincersi la comune volontà delle parti di comporre una controversia in atto o prevista (il pericolo di lite), deve trovare definizione la res dubia, nonché il nuovo regolamento di interessi che si sostituirà a quello precedente mediante le reciproche concessioni.

La Cassazione rammenta che per res dubia deve intendersi la materia oggetto delle contrastanti pretese delle parti e l’incertezza, almeno nelle relative opinioni, circa il rapporto giuridico intercorrente fra le stesse, le contrapposte pretese e appunto le reciproche concessioni.

Considerato che compito del giudice è accertare che le parti siano consapevoli di tale processo e di detti contenuti, la Corte sottolinea come non rilevi l’eventuale squilibrio fra il datum ed il retentum in quanto, ex. 1970 c.c. (non impugnabilità della transazione per “lesione”), la valutazione dei reciproci vantaggi e sacrifici ha carattere soggettivo, rientra cioè nell’autonomia negoziale, e non è motivo di rescissione del contratto.

Quanto all’eventuale sussistenza di una violenza morale, ai sensi dell’art. 1435 c.c., la S.C. ricorda che la stessa può esercitarsi in modo esplicito, manifesto e diretto, ovvero mediante un comportamento intimidatorio, oggettivamente ingiusto, posto in atto anche ad opera di un terzo.

Tuttavia occorre che la minaccia sia stata specificamente finalizzata ad estorcere il consenso e sia tale da incidere, in concreto, sulla libertà di autodeterminazione: in ogni caso si tratta di un giudizio di fatto, incensurabile in cassazione se motivato in modo sufficiente e non contraddittorio.

Nella fattispecie l’atto impugnato aveva la finalità di regolare gli effetti risolutivi di un pregresso rapporto di agenzia, nella prospettiva di prevenire una possibile lite, mediante il riconoscimento da parte della Società di un importo determinato, anche a fronte della rinuncia del lavoratore a pretendere il pagamento di provvigioni maturate.