Con la recente sentenza n. 18262/2018 la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sul contenuto degli obblighi reciproci tra le parti di un contratto di agenzia.

L’argomento offre alla Corte uno spunto per rimarcare la linea di confine fra questa tipologia di rapporto e quella del lavoro subordinato ed evidenziare in quali ipotesi è possibile operare una conversione del contratto.

Nella decisione la Corte preliminarmente ricorda che il giudice di merito, per risolvere simili questioni, deve indagare la reale volontà dei contraenti e, a tal fine, deve seguire un preciso procedimento logico-giuridico.

Il punto di partenza è naturalmente il nome dato dalle parti al contratto (il cd. nomen iuris), che in questo percorso interpretativo è il primo indice della loro volontà.

Questo tuttavia non può né deve vincolare il giudice, il quale è tenuto a considerare anche – e soprattutto – le modalità con cui le parti abbiano dato concreta attuazione al rapporto.

Infatti, il comportamento da loro tenuto dopo la conclusione del contratto potrebbe rivelarne una nuova volontà, diversa rispetto a quella che emerge dalla qualificazione e dal regolamento contrattuale.

Questi scostamenti di norma si verificano in tre diverse situazioni. Le parti potrebbero avere per errore trasposto nel contratto una volontà non in linea con gli scopi realmente perseguiti; oppure, potrebbero aver fatto ciò volutamente, simulando un contratto di agenzia per eludere la disciplina inderogabile in materia di lavoro subordinato; infine, le parti potrebbero – a un dato momento – aver cambiato le intenzioni iniziali e deciso di attuare un contratto di lavoro subordinato, al posto di uno autonomo.

Quale sia la ragione, la Suprema Corte sottolinea che, per poter operare tale riqualificazione, occorre una prova rigorosa che le parti abbiano voluto deviare dallo schema e dalle regole tipiche del rapporto di agenzia.

Il rigore è imposto perché il rapporto di agenzia presenta più di un elemento di contatto con il lavoro subordinato: anche il preponente, infatti, dispone di un potere di conformare e controllare la prestazione e, specularmente, anche l’agente ha un obbligo di osservare le istruzioni impartite dal primo.

Dunque, è necessario poter verificare che in concreto il preponente eserciti un vero e proprio potere gerarchico e direttivo, impartendo – non semplici direttive di carattere generale, ma – ordini specifici, reiterati e aventi a oggetto la prestazione lavorativa in sé.

Analogamente, deve emergere che il lavoratore sia assoggettato al potere organizzativo del preponente, attraverso la prova di un suo effettivo inserimento nell’organizzazione aziendale della casa mandante, non bastando a tal fine un coordinamento fra le parti, tratto ineliminabile che caratterizza molti rapporti di natura non subordinata.

Ricordati questi principi, nel caso di specie i giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d’Appello di Roma (dichiarando inammissibile il ricorso dell’agente), secondo la quale i documenti prodotti in giudizio consentivano di ricavare diversi elementi in favore della tesi della natura autonoma del rapporto e non vi erano sufficienti circostanze da cui poter trarre indicazioni di segno opposto.

In particolare, i giudici di merito avevano rilevato che: i) la scrittura stipulata fra le parti, denominata “contratto di agenzia”, prevedeva quale oggetto dell’incarico l’attività di promozione finalizzata alla conclusione di contratti; ii) la remunerazione dell’agente era esclusivamente sotto forma di provvigioni e spettava a condizione che gli ordini fossero approvati dall’autosalone; iii) l’agente risultava vincolato a un dovere di coordinamento con le attività della mandante, ma non tenuto a osservare alcun obbligo specifico.

Secondo l’opinione della Suprema Corte, in presenza di tali elementi e in assenza di indici rivelatori, al contrario, della natura subordinata del rapporto quali “la previsione di un compenso fisso, di un orario di lavoro stabile e continuativo […], nonché il collegamento tecnico, organizzativo e produttivo tra la prestazione svolta e le esigenze aziendali“, non è possibile assimilare l’agente a un lavoratore dipendente.