I giudici di legittimità, con la sentenza del 16 ottobre 2018 n. 25851, hanno recentemente confermato un proprio precedente orientamento, secondo cui la precostituzione di certificazione medica attestativa di patologia in occasione delle nuove mansioni assegnate e svolgimento nel periodo di malattia di attività lavorativa presso terzi integrano la violazione degli obblighi contrattuali di diligenza e fedeltà e, sussistendo anche il requisito della proporzionalità, rendono legittimo il licenziamento per giusta causa inflitto al dipendente.

Nella caso di specie deciso da ultimo dalla Corte di Cassazione, il lavoratore (poi licenziato) produceva un certificato di malattia precostituito da un medico amico, nel quale veniva falsamente dato atto di una patologia psichica in corso. Tuttavia, nonostante tale certificazione medica, il lavoratore veniva sorpreso mentre prestava attività lavorativa presso altri datori di lavoro. Pertanto, il vincolo fiduciario caratterizzante il rapporto di lavoro subordinato veniva drammaticamente a rompersi e alla società datrice di lavoro non rimaneva che licenziare per giusta causa il dipendente, che non poteva che essere ritenuto inaffidabile anche pro futuro.

La Suprema Corte, in precedenti pronunce, aveva comunque ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa anche nell’ipotesi in cui fosse ravvisata una sola delle fattispecie sopra individuate. Ad esempio, con la sentenza del 5 maggio 2015, n. 8925, gli Ermellini hanno confermato la validità di un licenziamento intimato a una lavoratrice sulla base della sola presentazione di certificati medici falsi; mentre con la sentenza n. 24671 del 2 dicembre 2016 i giudici di legittimità hanno ritenuto violato il vincolo di correttezza e buona fede e, pertanto, legittimo il licenziamento disciplinare intimato al dipendente che, in malattia, svolgeva attività lavorativa per un altro datore di lavoro, indipendentemente dalla falsità del certificato.

Quali strumenti ha a disposizione il datore di lavoro per smascherare gli abusi?

La domanda è lecita in quanto non può trascurarsi il fatto, secondo quanto anche precisato dai giudici di legittimità (sentenza Corte di Cassazione 29 marzo 2018, n. 7830) che, nel rispetto delle disposizioni sull’onere della prova con riguardo alla sussistenza dei fatti giustificativi del licenziamento, incombe sul datore di lavoro l’onere di fornire la dimostrazione della falsità dei certificati medici trasmessi dal dipendente a giustificazione della sua assenza dal lavoro.

A tale proposito si può ritenere che il datore di lavoro sia autorizzato a chiedere ad agenzie investigative di controllare il proprio dipendente per scoprire se sia veramente malato e non possa effettivamente rendere la prestazione lavorativa (cfr. sentenza Corte di Cassazione 16 agosto 2016, n. 17113), con l’unico limite, precisato dalla giurisprudenza, del rispetto dell’art 3 dello Statuto dei Lavoratori, che come noto, riserva la vigilanza nell’attività lavorativa solo al datore di lavoro e ai suoi preposti.