Collaborazione o immedesimazione organica?

Il tema della corretta qualificazione giuridica del rapporto tra amministratore e società è stato lungamente dibattuto nei decenni precedenti; esso suscita particolare interesse anche per i numerosi riflessi pratici che un suo differente inquadramento è in grado di produrre.

Storicamente amministratore e società, in ossequio alla teoria definita “contrattualistica”, sono stati considerati come due soggetti autonomi e titolari di interessi ben distinti e, come tali, essi sono stati a lungo identificati quali parti di un rapporto giuridico regolabile tramite contratto.

Rapporto che, nel tempo, talvolta è stato ritenuto un negozio sui generis, talaltra è stato assimilato ad altri rapporti tipici come il mandato, il lavoro autonomo, il lavoro subordinato e, in epoca più recente, il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa.

Quest’ultimo è stato l’approdo (consacrato nella sentenza della Corte di Cassazione, SS.UU., n. 10680/1994) più condiviso, tanto che per molti si poteva considerare una posizione “ormai” acquisita e consolidata.

L’assimilazione della fattispecie al lavoro parasubordinato si fonda(va) sull’assunto che l’amministratore fosse sottoposto a un coordinamento (la cd. eterodirezione) da parte dell’assemblea dei soci.

Non mancavano tuttavia opinioni contrarie, soprattutto quelle formatesi in seguito alla profonda riforma del diritto societario del 2003 le quali – anticipando i tempi – in ottica opposta sottolineavano il potenziamento del ruolo dell’amministratore che ne era seguito.

In questo scenario si colloca la recente pronuncia n. 1545 del 20 gennaio 2017, con cui le Sezioni Unite della Suprema Corte, superando completamente il precedente orientamento, hanno negato la natura contrattuale – e, in fondo, lavoristica – di tale rapporto, in favore di quella definita organica.

La sentenza ha affermato che tra essi intercorre un rapporto di tipo societario, caratterizzato dalla totale «immedesimazione organica tra persona fisica ed ente» e, quindi, dalla impossibilità di distinguere l’amministratore dalla società (oltre che di ravvisare una qualsiasi forma di “coordinamento” fra il primo e l’assemblea).

Questa ricostruzione fa venire meno il più essenziale dei presupposti (la “dualità”) per poter sottoscrivere qualsiasi tipo di contratto volto a disciplinare gli obblighi reciproci e a regolare i poteri in capo agli amministratori, che deriverebbero loro direttamente dalla legge (e dallo statuto della società).

A fronte di tale mutato assetto, secondo alcuni per disciplinare la posizione degli amministratori si imporrebbe il ricorso esclusivo agli strumenti tipici del diritto societario (le delibere del C.d.A. o l’atto di nomina dell’assemblea).

In tal modo la pronuncia avrebbe effetti dirompenti, ponendo fine a numerose prassi molto comuni, in primis la stipulazione dei c.d. service (o directorship) agreement tra manager e società.

Secondo altri, invece, tali strumenti manterrebbero la loro efficacia, risultando utili per integrare la disciplina di legge sotto specifici profili; si pensi agli obblighi di stabilità e di non concorrenza, alle clausole protettive comunemente dette golden parachutes o change of control, alla tipizzazione delle ipotesi di good e bad leaver ecc..

Ma i riflessi derivanti dall’inclusione di tali rapporti fra quelli societari interessano molti altri aspetti.

Si pone così il tema del corretto inquadramento della fattispecie sotto il profilo previdenziale (la riconducibilità alla gestione separata INPS di cui all’art. 2, comma 26, Legge n. 335/1995).

Si pongono poi numerose altre questioni, come l’efficacia delle rinunce e delle transazioni, che ex art. 2113 cod. civ. dovrebbero ritenersi sempre valide. L’eventuale contenzioso dovrebbe essere attratto nella competenza della sezione specializzata del Tribunale per le imprese, a scapito di quella funzionale del Giudice del Lavoro. I compensi degli amministratori potranno essere “aggrediti” per intero e non nei limiti alla pignorabilità previsti dall’art. 545 cod. proc. civ..

Le possibili ripercussioni, derivanti dall’inversione di rotta fatta segnare dalla Cassazione in questa materia, terreno conteso fra diritto societario e diritto del lavoro, sono numerosissime.