Contratto di agenzia e incarichi accessori: regole di convivenza

La recente pronuncia della Cassazione 20 febbraio 2019, n. 4945, che ha negato la sussistenza di una giusta causa nel recesso di un agente al quale era stato revocato l’incarico di accessorio di “manager”, invita ad una riflessione sulla frammentata disciplina degli incarichi accessori nel rapporto di agenzia.

Se, infatti, l’obbligazione che da codice caratterizza l’attività dell’agente è quella di promuovere, in una determinata zona, la conclusione di contratti per conto del preponente (art. 1742 c.c.), è altresì vero che molto raramente in tale attività si esaurisce il contenuto concreto di un rapporto di agenzia.

La prassi vuole infatti che l’agente possa assumere anche incarichi ulteriori a quello di promozione degli affari, quali l’incasso, la custodia in deposito dei prodotti del preponente, il coordinamento di altri agenti o, ancora, altre attività richieste dall’evolversi della distribuzione commerciale, quale quella di merchandising.

La coesistenza di incarico principale (di agenzia) e accessori è spesso fonte di contenzioso tra agenti e preponenti con riferimento, per esempio, al diritto a un compenso per gli incarichi accessori o, ancora, agli effetti che lo scioglimento di un rapporto produce sull’altro.

Sotto il primo profilo ci si interroga, in particolare, su quali attività debbano essere oggetto di una specifica remunerazione e quali, invece, possano intendersi già ricomprese nel compenso provvigionale pattuito a favore dell’agente per la promozione degli affari.

Dalla casistica giurisprudenziale sul punto si evince come a meritare una remunerazione separata sia l’attività di incasso (Cass. 21079/2013), fatto salvo il caso in cui questa riguardi solamente gli insoluti non onorati alla scadenza (Cass. 6024/2011). Nello stesso senso, peraltro, dispongono gli AEC dei settori Industria (art. 6) e Commercio (art. 4), i quali prevedono altresì una specifica remunerazione (che nel caso dell’AEC Commercio deve necessariamente rivestire una forma “non provvigionale”) nel caso in cui venga contrattualmente affidata all’agente l’attività di coordinamento di altri agenti in una determinata area.

Al di fuori delle ipotesi regolate dall’AEC la giurisprudenza è intervenuta con riferimento all’attività di merchandising statuendo che la stessa – definita come la «pratica di utilizzare un “brand” o l’immagine di un prodotto noto per venderne un altro» – si concreta in un’attività ben distinta da quella dell’agente, «sicché, stante l’autonomia dei rapporti, non può ritenersi ricompresa nella sua attività e, se svolta, va separatamente remunerata, salvo diverse specifiche pattuizioni» (Cass. 1998/ 2017).

Con riferimento, invece, al secondo aspetto (quello relativo alle cessazione dei rapporti) la giurisprudenza è solita ricostruire la relazione tra l’incarico principale e gli incarichi accessori attraverso lo schema del collegamento negoziale con vincolo di dipendenza unilaterale. Secondo tale impostazione i contratti accessori “seguono la sorte” dei contratti principali cui accedono, pur rimanendo ciascuno di essi assoggettato alle proprie regole legali o convenzionali, con l’ulteriore peculiarità che la loro interdipendenza «rileva solo nel senso che le vicende del rapporto principale si ripercuotono sul rapporto accessorio condizionandone la validità e l’efficacia» (Cass. 16940/2018).

In altre parole, il recesso dal rapporto di agenzia fa venir meno anche l’incarico accessorio, senza necessità di uno specifico preavviso (Cass. 14436/2000). Viceversa, la cessazione dell’incarico accessorio non dispiega alcun effetto sul contratto di agenzia, che pertanto rimane in vita.

Ne deriva altresì che, come avvenuto nel caso dell’agente-manager, la revoca dell’incarico accessorio non può essere considerata giusta causa di recesso dal contratto di agenzia (Cass. 4945/2019) il quale resta – come detto – insensibile alle sorti degli rapporti accessori.

Tommaso Erboli