Il carico di complessità e burocrazia che il c.d. Decreto Dignità introduce nella disciplina del lavoro a termine coinvolge anche la somministrazione di manodopera, nonostante questo strumento contrattuale da sempre rappresenti la principale alternativa al lavoro precario.

Sono tre i punti maggiormente critici delle nuove norme.

Il primo riguarda la reintroduzione della causale, che diventa obbligatoria per i contratti di durata superiore ai 12 mesi (comprese le proroghe) e per tutti i rinnovi.

C’è da sperare che il Parlamento, in fase di conversione, ripensi una scelta che non aggiunge nessuna reale tutela ma rischia solo di far rivivere una prassi ormai quasi debellata, quella di avviare un contenzioso alla fine del contratto basato su violazione meramente formali.

La causale, peraltro, viene reintrodotta con una modalità che lascia aperti molti dubbi: al contrario di quanto accadeva nel regime precedente, dovrà essere inserita nel contratto di lavoro che l’Agenzia stipula con il lavoratore, e non nel contratto commerciale stipulato con l’impresa utilizzatrice.

Non si comprende se questo cambiamento sia frutto della volontà di spostare l’onere di giustificare la causale sulle Agenzie per il lavoro oppure scaturisca da una scrittura frettolosa della nuova disciplina. E’ un dubbio che in fase di conversione dovrà essere sciolto, per consentire al mercato di gestire in maniera efficiente un adempimento tanto importante.

Un altro problema riguarda la disciplina delle proroghe. Viene stabilito un limite generale di 4 proroghe totali, a prescindere dal numero dei contratti, anche se il CCNL delle Agenzie per il lavoro prevede che ogni singolo contratto può essere prorogato sino a 6 volte. Considerato che il rinvio alla contrattazione collettiva di settore, contenuto nella normativa previgente, ha mantenuto efficacia, potrebbe ritenersi ancora applicabile la regola delle 6 proroghe; anche questa lettura, tuttavia, non è esente da incertezze.

Un terzo problema concerne la durata massima che può raggiungere il rapporto.

La fissazione di un limite massimo di 24 mesi – al pari della soglia di 12 mesi per la causale – rappresenta un involontario, ma potente, incentivo a sostituire i lavoratori che superano le soglie con altri muniti di minore anzianità lavorativa. Il problema potrebbe essere ovviato con l’assunzione a tempo indeterminato – presso l’utilizzatore oppure ricorrendo allo staff leasing – ma questa soluzione non sarà sempre sostenibile, a livello economico e organizzativo, dalle imprese.