Con sentenza del 10 luglio 2018 n. 17176, la Corte di Cassazione si è pronunciata su due temi piuttosto dibattuti, ovvero, il diritto di critica e lo status di “rappresentante sindacale”. E, nello specifico, il diritto di critica esercitato proprio da un rappresentante sindacale.

Dalla lettura della sentenza in oggetto, è possibile rilevare che un dirigente – responsabile dell’unità organizzativa “Affari societari e legislativi“, nonché rappresentante sindacale – veniva licenziato per giusta causa per aver redatto un documento, sulla base di notizie riservate e per aver diffuso il medesimo documento (poi successivamente anche pervenuto a un giornalista).

Nella fase di merito, l’azione proposta dal lavoratore volta ad accertare l’illegittimità del licenziamento veniva costantemente rigettata; la Corte di Cassazione, invece, – nell’accogliere uno dei motivi di ricorso proposti dal lavoratore – ha rilevato che la sentenza impugnata non aveva verificato effettivamente il contenuto del documento in questione né il “contesto indubbiamente sindacale“, stante la qualità di iscritto al sindacato del dipendente nonché la medesima qualità “sindacale” rivestita dai colleghi cui il documento era stato inviato.

Per quanto la ricostruzione dei fatti della vicenda difetti di linearità nella sentenza in esame, la pronuncia offre senza dubbio qualche interessante spunto di riflessione. E ciò, anche in considerazione di quanto dagli stessi “ermellini” affermato nel richiamare un precedente giurisprudenziale, secondo cui “il lavoratore che sia anche rappresentante sindacale (…) si pone in relazione all’attività di sindacalista, su un piano paritetico con il datore di lavoro, con esclusione di qualsiasi vincolo di subordinazione, giacché detta attività, espressione di una libertà costituzionalmente garantita dall’art. 39 Cost., in quanto diretta alla tutela degli interessi collettivi dei lavoratori nei confronti di quelli contrapposti del datore di lavoro, non può essere subordinata alla volontà di quest’ultimo” (Corte di Cassazione, 14 maggio 2012, n. 7471).

La sola lettura di tale passaggio sembrerebbe suggerire una netta presa di posizione in favore dello status di rappresentante sindacale e ciò anche ben oltre la mera valutazione della legittimità o meno del diritto di critica sul luogo di lavoro, come espressione della libertà di manifestazione del pensiero (tutelata dall’art. 21 della Costituzione), nel rispetto dei noti limiti di continenza formale e sostanziale pur richiamati dalla medesima sentenza (“l’esercizio da parte del rappresentante sindacale, del diritto di critica, anche aspra nei confronti del datore di lavoro, sebbene garantito dagli artt. 21 e 39 Cost., incontra i limiti della correttezza formale , imposti dall’esigenza anch’essa costituzionalmente assicurata di tutela della persona umana e sostanziale, nel senso sopra proposto e della veridicità dei fatti denunciati“).

Ebbene, il precedente giurisprudenziale sopra citato lascia il segno, anche solo considerato che il meccanismo introdotto dalla norma costituzionale (art. 39) in merito alla registrazione dei sindacati non è mai stata applicato e/o attuato dal legislatore ordinario. E – come è noto – questa omissione costituisce un punto focale nel sistema sindacale di fatto insediatosi del nostro ordinamento, con tutte le conseguenze che ne sono derivate (e ne derivano tuttora) nella gestione dei rapporti azienda – sindacati e, non da meno, anche ai fini della stipula e dell’applicazione dei contratti collettivi. In sostanza, l’equiparazione del datore di lavoro alla figura del rappresentante sindacale – di per sé innaturale – sembrerebbe contrastare non poco con la totale omissione di un fatto storico: la parziale applicazione dell’art. 39 della Costituzione. E ciò non può non rilevare anche con specifico riferimento al diritto di critica, comunque, garantito a tutti i lavoratori, a prescindere dalla loro affiliazione sindacale.

Alla luce di quanto sopra, non resta che aspettare la decisione della Corte d’appello, cui la valutazione in fatto (circa il carattere denigratorio o meno del documento in questione e circa l’effettivo legittimo o meno esercizio del diritto di critica nel contesto di un’attività sindacale) è stata rinviata.

Per quanto concerne il resto, all’indomani delle ben note riforme in nome della dignità dei lavoratori, non rimane che auspicare anche un riordino della materia sindacale, al fine di ottenere un effettivo miglioramento delle relazioni industriali già a partire dal micro-cosmo aziendale. Anche laddove questo imponesse l’invocata piena applicazione dell’art. 39 della Costituzione e, di contro, il malumore sindacale, ponendo – pur tuttavia – la parola “fine” a un paradosso del nostro sistema giuridico.