La reintroduzione delle causali, messa nero su bianco nel decreto dignità, produrrà un aumento del contenzioso, senza aggiungere reali tutele. L’ eccesso-di-regole crea sempre burocrazia normativa e rischi di contenzioso. Siamo tornati alla situazione esistente prima del 2014, quando l’avvocato era un’appendice della direzione risorse umane. Basta vedere cosa è accaduto da luglio ad oggi: i seminari dei giuslavoristi sono affollati come concerti rock, i clienti ci subissano di domande, c’è uno stato di timore diffuso che porta anche HR manager esperti ad avere timori su questioni che, prima, avrebbero gestito a occhi chiuso. Aggiungiamo il fatto che le nuove causali sembrano scritte apposta per lasciare mano libera a interpretazioni di ogni tipo. Riportare un carico importante di limiti legali dentro le risorse umane ha un impatto molto negativo a livello di sistema, e rende meno competitivo il nostro ordinamento rispetto a quelli dei paesi con i quali dovrebbe concorrere.

Le imprese non hanno paura di assumere a tempo determinato, ma sono costrette a rivedere in maniera brusca i propri orizzonti temporali di utilizzo del lavoro flessibile. Se prima un lavoratore, somministrato o a termine, aveva di fronte a sé un periodo che durava, di norma, 36 mesi, oggi la soglia quasi impossibile da superare è quella dei 12 mesi. Una volta raggiunto questo limite, l’azienda deve fare scelte impegnative: assumere a tempo indeterminato, oppure proseguire sino a 24 mesi indicando una delle cosiddette causali, che sono un requisito molto temuto perché foriero di grandi rischi. Un’altra alternativa è affidarsi alla somministrazione, nelle diverse forme previste dalla legge. Questi percorsi sarebbero tutti virtuosi perché, seppure con esiti diversi, darebbero stabilità al lavoro.

La somministrazione ha subito in parte i colpi della riforma ma, paradossalmente, esce rafforzata da questo intervento, perché oggi l’unica speranza che ha un’azienda di usare lavoro flessibile per una durata superiore ai 12 mesi è quella di affidarsi a un’agenzia per il lavoro e firmare un contratto di somministrazione a tempo indeterminato (oppure una somministrazione a termine, con impiego di lavoratori assunti dall’agenzia a tempo indeterminato). In questo caso, resta la flessibilità senza problemi di causali, durate massime e limiti a proroghe e rinnovi. È forse arrivato il momento che il mercato del lavoro viri in maniera decisa su questo strumento, anche perché – nonostante qualche improvvida dichiarazione della politica – le agenzie per il lavoro oggi sono un importante veicolo di flexicurity, assicurando tanta flessibilità alle aziende, ma anche corpose tutele ai lavoratori.

C’è un’altra strada, che è invece molto pericolosa: il passaggio a forme di flessibilità meno regolari (e meno controllate) come le false esternalizzazioni. Dovremo tutti vigilare affinché questo non accada.

Senza modificare l’assetto di fondo della riforma di luglio se nella prossima legge di bilancio si intervenisse cancellando l’obbligo di indicare la causale per il periodo che va dai 12 a 24 mesi verrebbe con un semplice tratto di penna eliminato un elemento che produrrà tanto contenzioso senza aggiungere reali tutele.