Il giudice che dichiara la nullità o l’inefficacia di un licenziamento ai sensi dell’art. 18, 4° comma, condanna il datore di lavoro, oltre alla reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro, anche al pagamento di un’indennità in favore del dipendente.

La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 86 del 23 Aprile 2018, ha confermato la legittimità dell’art. 18, 4° comma, nella parte in cui stabilisce la natura risarcitoria di tale indennità.

La vicenda trae origine da un giudizio di opposizione proposto da una lavoratrice contro un decreto ingiuntivo con cui la sua ex datrice di lavoro le chiedeva la restituzione dell’indennità percepita in forza di una sentenza di reintegra poi riformata.

Secondo la ricorrente tale somma non avrebbe dovuto essere restituita poiché, a differenza di quanto disposto dall’art. 18, 4° comma, essa avrebbe natura retributiva e non risarcitoria anche quando il datore di lavoro non adempie all’ordine di reintegrazione (come accaduto nel caso di specie).

Il Tribunale di Trento, investito della causa, ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale.

Per il Tribunale, infatti, a fronte dell’accertamento dell’illegittimità del licenziamento e della conseguente condanna del datore di lavoro alla riassunzione del lavoratore, vi sarebbe un immediato ripristino del rapporto lavorativo, con il conseguente diritto del lavoratore a percepire il trattamento retributivo spettante, e ciò anche quando il datore di lavoro non adempia all’obbligo di riammissione in servizio e corrisponda, invece, la relativa indennità.

Subordinare la natura retributiva di tali somme all’effettiva riammissione in servizio del lavoratore sarebbe contrario al principio di uguaglianza poiché è pacifico che tale condizione possa avverarsi solo grazie alla collaborazione del datore di lavoro.

La Corte Costituzionale ha considerato infondata l’eccezione e ciò in quanto, sebbene sia vero che l’ordine di reintegrazione può essere adempiuto solo a fronte di una condotta collaborativa del datore di lavoro, la mancata ottemperanza di tale ordine è una fattispecie di illecito istantaneo ad effetti permanenti da cui deriva semplicemente una obbligazione risarcitoria del danno da parte del datore di lavoro nei confronti del dipendente non reintegrato.

La norma di cui si contesta la legittimità costituzionale, quindi, non è irragionevole ma “coerente al contesto della fattispecie disciplinata” perché, spiega la Corte, l’indennità è  collegata a una “condotta contra ius del datore di lavoro e non a una prestazione di attività lavorativa da parte del dipendente”. Di qui la natura risarcitoria (e non retributiva) dell’indennità e l’obbligo del lavoratore di restituirla qualora l’ordine di reintegrazione venga riformato.

La natura risarcitoria dell’indennità, secondo la Corte, è confermata anche dal fatto che da tale somma deve essere detratto quanto eventualmente percepito dal lavoratore nello svolgimento di altre attività lavorative durante il periodo di estromissione, nonché di quanto avrebbe potuto percepire se si fosse impegnato a cercare un altro lavoro in maniera diligente.

Peraltro, il datore di lavoro che non esegue l’ordine di reintegrazione provvisoriamente esecutivo, magari sperando che la decisione venga successivamente riformata, può essere messo in mora dal dipendente e andare incontro ad una condanna per risarcimento del danno da mancata reintegrazione.