In assenza di disposizioni specifiche da parte dei contratti collettivi, il perimetro della stagionalità va rinvenuto tra le attività elencate dal Dpr 1525/1963. Tra queste figurano: la sgusciatura delle mandorle; la raccolta e conservazione dei prodotti sottobosco; la raccolta e spremitura delle olive; la produzione del vino comune; la scorzatura del sughero; il taglio delle erbe palustri, diserbo dei canali, riordinamento scoline delle opere consortili di bonifica; e così via.
Tra le attività citate si può chiaramente osservare come alcune di esse – proprio in virtù della storicità del provvedimento – siano del tutto desuete: questo fa sì che l’efficacia di questa norma e, di conseguenza, il rimando ad essa per la definizione della stagionalità, sia ormai quasi completamente depotenziato.
La questione non è di poco conto perché al concetto di stagionalità è correlato anche l’esonero dal versamento del contributo addizionale dell’1,4% a finanziamento della Naspi (articolo 2, comma 28, della legge 92/2012). Infatti, detto contributo non si applica, tra le altre ipotesi, ai lavoratori assunti a termine per lo svolgimento delle attività stagionali di cui al Dpr 1525/1963.
Peraltro, a questo onere è collegato anche l’incremento disposto dal Dl 87/2018, pari a 0,5 punti percentuali in occasione di ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in regime di somministrazione. Quindi, l’incremento aggiuntivo introdotto dal decreto dignità – che la circolare del Lavoro 17/2018 ha chiarito avere natura progressiva – resta escluso soltanto per le attività comprese nel Dpr, al pari del contributo addizionale “normale”.
Invece, le facilitazioni normative in materia di contratto a termine (nessun limite di durata massima del rapporto, nessun obbligo di applicare le pause tra un contratto a termine e il successivo, nessun limite in materia di contingentamento, eccetera) si possono agganciare non solo alle ipotesi di stagionalità dettate dalla norma citata ma anche a quelle individuate dai contratti collettivi.
E’ recente, ad esempio, l’accordo siglato nel comparto del Trasporto aereo che ha regolato la stagionalità nell’ambito delle attività operative per un periodo massimo complessivo di sei mesi, compresi tra aprile ed ottobre di ogni anno e di quattro mesi per periodi diversamente distribuiti, facendo sì che i periodi di lavoro svolti con contratti di lavoro a tempo determinato stagionali non concorrano alla determinazione del limite di durata massima fissati dalla legge.
Vi sono poi altri contratti collettivi nazionali che storicamente hanno definito la stagionalità. Si pensi al settore del Turismo, dove vengono considerati stagionali quelle aziende che osservano, nel corso dell’anno, uno o più periodi di chiusura al pubblico, nel rispetto delle vigenti disposizioni in materia; inoltre, il ccnl annovera tra le ipotesi di apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro le ragioni di stagionalità previste nel Dpr 1525, operando un rimando allo stesso.
Sempre in campo collettivo, anche il Ccnl degli operai agricoli disciplina puntualmente la materia, definendo gli operai a tempo determinato quelli assunti – tra le diverse attività indicate – per l’esecuzione di lavori di breve durata, stagionali o a carattere saltuario.

Alessandro Rota Porta