Il lavoro-subordinato dello sportivo

E’ raro che qualcuno includa delle star planetarie come Cristiano Ronaldo, Daniele De Rossi o Gonzalo Higuain nella categoria dei lavoratori subordinati, eppure questa è la configurazione che viene data dalla storica legge n. 91 del 23 marzo 1981 al rapporto che lega gli sportivi professionisti alle squadre in cui militano.

Si tratta di una subordinazione “speciale”, nel senso che le regole ordinarie si applicano, ma con alcuni adattamenti, resi necessari dalla natura – appunto, speciale – del rapporto di lavoro dello sportivo, che mette a disposizione del datore di lavoro le sue prestazioni fisiche.

Rientrano nel campo di applicazione della legge n. 91/1981 quattro categorie di sportivi: gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici (art. 2), che abbiano ottenuto la relativa qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali.

La legge mostra evidenti segni di obsolescenza, in quanto non include molte delle figure professionali (medici, i massaggiatori, media manager, e servizi ausiliari alle competizioni) che negli ultimi hanno acquisito un ruolo essenziale nell’attività agonistica.

La dottrina discute se l’elencazione legislativa delle figure professionali qualificabili come “lavoro sportivo” abbia un contenuto tassativo o sia invece estensibile ad altre categorie.  L’orientamento maggioritario propende verso la tassatività dell’elenco; tuttavia, le Federazioni possono individuare nuove professionalità, facendole rientrare in una delle figure generali indicate dalla legge.

Affinché ci sia rapporto di lavoro sportivo, è necessario un altro requisito: il datore di lavoro deve essere una società sportiva costituita nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata” (art. 10) e affiliate alle Federazioni sportive nazionali.

Chi rientra in queste nozioni, come accennato, è un lavoratore subordinato, cui si applicano tuttavia alcune regole speciali.

La specialità del rapporto emerge innanzitutto dal peso rilevante delle norme dell’ordinamento sportivo, che si concretizza anche nella necessità di seguire procedure e regole diverse da quelle ordinarie per la stipula del contratto di lavoro.

Un altro elemento di specialità è la presunzione di subordinazione, prevista con riferimento alla sola figura dell’atleta e non anche per le altre figure di sportivi professionisti richiamate nella legge n. 91/1981, cioè allenatori, direttori tecnico-sportivi e preparatori atletici. Questo vuol dire che l’atleta non si può inquadrare come collaboratore coordinato oppure autonomo; invece, per gli altri sportivi professionisti la subordinazione dell’attività va accertata in concreto dal giudice, facendo uso degli ordinari criteri ricavabili dagli artt. 2094 e 2222 c.c.

Anche i doveri del lavoratore sportivo si atteggiano in maniera particolare.

Per i calciatori e gli allenatori di calcio, il dovere di fedeltà consiste nell’inibizione a svolgere altra attività sportiva, salva l’autorizzazione della società, o altra attività lavorativa o imprenditoriale incompatibile con l’esercizio dell’attività agonistica (vincolo molto più forte rispetto al diritto comune, dove si può cambiare azienda rassegando le dimissioni, salvi i casi in cui esista un patto di non concorrenza).

Il dover di obbedienza si concretizza nell’obbligo per lo sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici; queste ultime comprendono le prescrizioni riguardanti il comportamento di vita dell’atleta.

A distanza di quasi 40 anni dall’approvazione della legge 91, sarebbe necessario disciplinare diversamente l’attività degli sportivi professionisti, tenendo conto del ruolo e dell’impatto che ormai hanno acquisto anche fuori dal terreno di gioco.