Va confermata l’illegittimità del licenziamento intimato al lavoratore per via della sopravvenuta inidoneità fisica alle mansioni quando il datore di lavoro non abbia provato in giudizio l’impossibilità di adibire il dipendente a differenti mansioni, anche se di livello inferiore.

In tale ipotesi il dipendente ha diritto alla tutela reintegratoria attenuata.

Così ha statuito la Suprema Corte, chiamata nuovamente a pronunciarsi sulla legittimità di un licenziamento intimato ad una dipendente a causa della sua sopravvenuta inidoneità fisica.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato ad una dipendente, dichiarata inidonea alle mansioni, e ciò in quanto la società non aveva dimostrato di aver assolto all’obbligo di ricercare soluzioni alternative al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, anche se comportanti un demansionamento ovvero un trasferimento presso altra sede.

Con tale condotta, secondo i giudici della corte territoriale, la  società aveva violato principi di buona fede e correttezza posti alla base di ogni rapporto di lavoro e, pertanto, aveva omesso di adempiere correttamente all’obbligo di repêchage.

Tuttavia, rigettando la richiesta di reintegra formulata in via principale, la Corte d’Appello aveva disposto il riconoscimento, in suo favore, della tutela indennitaria di cui all’articolo 18, comma 5.

Avverso tale decisione la dipendente presentava ricorso in Cassazione sostenendo che la mancanza di posti di lavoro con mansioni idonee è fatto costitutivo stesso del recesso per inidoneità fisica e, pertanto, qualora sussistano nell’assetto organizzativo aziendale mansioni compatibili con lo stato di salute del lavoratore, anche se inferiori rispetto alle originarie, il motivo addotto a giustificazione del recesso deve considerarsi del tutto insussistente con conseguente applicazione del regime sanzionatorio di cui al comma 4 dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

I Giudici di Piazza Cavour hanno accolto il ricorso proposto dalla dipendente confermando ancora una volta il principio giurisprudenziale secondo cui “l’art. 18, nel settimo comma introdotto dall’art. 1, l. n. 92 del 2012, prevede espressamente la reintegrazione per il caso in cui il giudice accerti il difetto di giustificazione del licenziamento “intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore“, senza attribuire al giudice stesso alcuna discrezionalità“.

Secondo gli ermellini, infatti, non sussistono dubbi sul fatto che un licenziamento per motivo oggettivo in violazione dell’obbligo datoriale di adibire il lavoratore ad alternative possibili mansioni, cui lo stesso sia idoneo e compatibili con il suo stato di salute, sia qualificabile come ingiustificato.

Pertanto, in tutti i casi di licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore dovrà applicarsi la c.d. tutela reintegratoria attenuata nell’ipotesi in cui il giudice accerti il difetto di giustificazione.