La legge 91 del 1981 ha disciplinato, per la prima volta, il rapporto di lavoro sportivo, allo scopo di dettare precise regole per la sua qualificazione.

Oltre agli atleti la legge ha individuato altre figure professionali che esercitano attività a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito di discipline professionistiche regolamentate dal CONI; tra queste figurano gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici.

L’allenatore, per definizione, è colui che provvede all’istruzione e all’allenamento degli atleti, mentre il preparatore atletico è abilitato alla preparazione fisico-atletica degli atleti.

Il direttore tecnico-sportivo, invece, è una figura “manageriale” di difficile definizione. Tenendo a mente le definizioni fornite dalle singole federazioni sportive si può sostenere che i direttori tecnici siano figure professionali incaricate di svolgere attività connesse all’assetto organizzativo della società, tra cui la gestione dei rapporti anche contrattuali fra società e gli atleti o tecnici e la conduzione di trattative con altre società sportive.

Al management sportivo, ai sensi dell’articolo 3 della legge 91, non si applica la presunzione legale di subordinazione che si applica agli atleti. Per loro, infatti, la subordinazione deve essere oggetto di un accertamento svolto in concreto da parte del giudice e da effettuarsi caso per caso.

Ulteriore profilo di specialità del rapporto di lavoro instaurato con tali figure professionali attiene al procedimento di formazione del contratto di assunzione: secondo quanto disposto dall’articolo 4 della legge 91 il contratto di lavoro deve essere stipulato in forma scritta, a pena di nullità, e sulla base di un contratto tipo, predisposto ogni tre anni dalla federazione sportiva nazionale e dai rappresentanti delle categorie interessate, chiamati anche a valutare la compatibilità del contratto con la legge.

Occorre evidenziare che, a differenza della disciplina generale sul lavoro subordinato, l’articolo 4 della legge 91 introduce una sorta di efficacia erga omnes della disciplina “collettiva”; ed infatti, pur se il lavoratore sportivo non aderisce ad alcun sindacato, l’accordo collettivo ed il contratto tipo hanno comunque valore nei suoi confronti, il che significa che egli non può concludere un contratto di lavoro se non alle condizioni stabilite dal contratto tipo.

Gli accordi collettivi di categoria dei direttori sportivi e degli allenatori, stabiliscono che la retribuzione di tali figure professionali sia costituita da una parte fissa e da una parte variabile che, nel caso dei direttori sportivi, è legata al raggiungimento degli obiettivi sportivi e gestionali.

Possono comunque essere inseriti nel contratto, previa negoziazione tra le parti, delle clausole “accidentali” tipiche dei contratti di lavoro, come ad esempio la condizione (è prassi comune che anche la definitiva assunzione di alcuni lavoratori sportivi, soprattutto se in posizioni “manageriali”, sia condizionata al positivo superamento del periodo di prova) ed il termine.

È bene evidenziare che la legge 91 ammette la possibilità di instaurare un rapporto di lavoro a termine con gli sportivi professionisti (e quindi anche con le figure manageriali) consentendo, ai sensi dell’art. 5, l’apposizione di un termine finale non superiore a cinque anni e ammettendo la possibilità di successione di più contratti a termine tra gli stessi soggetti, in deroga alle norme generali sul lavoro a termine.

Ulteriore elemento di specialità è dato poi dall’impossibilità di inserire nei contratti di lavoro degli sportivi professionisti clausole di non concorrenza per il periodo successivo alla cessazione del contratto, essendo stata accordata prevalenza all’esigenza del professionista a non vedersi preclusa per lungo tempo la possibilità di esercitare un’attività lavorativa connessa allo svolgimento di attività sportive.

Nei confronti dello sportivo professionista si applica lo Statuto dei lavoratori, con l’eccezione di alcune norme del tutto inadatte rispetto alla tipologia di prestazione svolta. Non si applicano, in particolare, le norme dello Statuto che regolano i controlli a distanza (art. 4), le ispezioni personali (art. 5), le mansioni (art. 13) e i diritti sindacali (artt. 33 e 34).

Inoltre, per evidenziare la specialità di tali rapporti di lavoro che – più di altri – si fondano sull’intuitu personae dei professionisti, il legislatore ha previsto la possibilità per le parti di recedere liberamente dal contratto sportivo a tempo indeterminato.

La competenza giurisdizionale in materia di cause di lavoro sportivo, avendo le Federazioni Sportive natura giuridica di tipo privatistico, dovrebbe essere devoluta al giudice ordinario in veste di giudice del lavoro.

Il legislatore ha però riconosciuto la possibilità per le parti di decidere di risolvere le eventuali controversie insorte tra le parti in via stragiudiziale, deferendo le stesse ad un collegio arbitrale costituito in forza di clausole compromissorie inserite nei contratti di lavoro.

Antonella Del Greco – Rossana Pennetta