La natura del rapporto tra amministratore e società per azioni è stato oggetto di un acceso dibattito con riferimento alla presunta natura di lavoro subordinato o parasubordinato dell’amministratore. Alcuni studiosi hanno teorizzato la costituzione in capo agli amministratori di un rapporto di parasubordinazione e le stesse Sezioni Unite della Corte di Cassazione si erano pronunciate in questa direzione nel 1994.

In particolare, in tale occasione la Suprema Corte aveva evidenziato come l’attività dell’amministratore presentasse i caratteri della personalità, della continuità e della coordinazione, e quindi dovesse rientrare nella previsione dell’art. 409 c.p.c., n. 3. La Corte aveva poi sottolineato che nonostante l’attività svolta dall’amministratore fosse finalizzata al conseguimento dello scopo sociale, ciò non avrebbe impedito di ritenerla parasubordinata, alla stregua dell’attività svolta dall’institore – il quale pacificamente presta attività di lavoro subordinato.

I giudici di legittimità, vent’anni dopo, hanno stravolto il loro precedente orientamento e sancito la totale assenza di una rapporto lavorativo, di qualsiasi genere, tra società e amministratori.

La Suprema Corte, con sentenza n. 1545 del 20 gennaio 2017, si è pronunciata a Sezioni Unite sancendo che l’unico rapporto intercorrente tra amministratore e società è un rapporto di tipo meramente societario che, “in considerazione dell’immedesimazione organica che si verifica tra persona fisica ed ente e dell’assenza del requisito della coordinazione, non è compreso in quelli previsti dall’art. 409 c.p.c. n. 3“.

In particolare, con riferimento al requisito della coordinazione la Corte ha sottolineato che tale  presupposto deve essere inteso in senso verticale, ossia deve rappresentarsi come una situazione per cui il prestatore d’opera parasubordinata è soggetto ad un coordinamento che fa capo ad altri, in un rapporto che deve presentare connotati simili a quelli del rapporto gerarchico propriamente subordinato. I giudici di legittimità non hanno ritenuto di poter individuare in alcun modo tale requisito nell’attività dell’amministratore societario, neanche nell’ipotesi in cui si volesse ritenere che esso sia soggetto a una sorta di coordinamento da parte dell’assemblea dei soci.

Invero, la Suprema Corte aderendo alla cosiddetta teoria dell’immedesimazione organica, ha preso atto del fatto che, in virtù della riforma del diritto societario del 2003, l’organo amministrativo è divenuto “il vero egemone dell’ente sociale“. L’organo amministrativo si è dotato di un potere di gestione esclusiva e di rappresentanza generale nei confronti della società alla luce del quale non può più avere senso  ritenere la sussistenza del requisito della coordinazione da parte dell’ente societario nei confronti dell’amministratore.

Secondo la teoria dell’immedesimazione organica, nello svolgimento della propria attività di amministrazione, l’amministratore rappresenta – ed è – egli stesso la Società.  Sostenere la sussistenza di un rapporto di lavoro tra una società e un soggetto che dovrebbe rappresentarla, equivarrebbe a sostenere che un datore di lavoro sarebbe legittimato a stipulare un contratto di lavoro con sé stesso.

In conclusione, è opportuno sottolineare come la sentenza della Cassazione abbia avuto un notevole impatto limitatamente alla figura dell’amministratore nell’esercizio delle sue funzioni tipiche di gestione e rappresentanza. Rimane comunque la possibilità che s’instauri, tra la società e la persona fisica che la rappresenta e gestisce, un autonomo e diverso rapporto che potrebbe comunque assumere le caratteristiche di un rapporto subordinato o parasubordinato.