La decisione della Consulta sul Jobs-Act si fonda su due parametri storicamente molto importanti nella giurisprudenza costituzionale, la ragionevolezza e l’uguaglianza.
Criteri fondamentali, di cui non è possibile fare a meno, la cui applicazione concreta comporta, tuttavia, un certo margine di discrezionalità.
Margine che in questo caso sembra essere stato utilizzato in maniera ampia dalla Corte, che ha bocciato una regola – le due mensilità fisse di risarcimento spettanti per ogni anno di servizio – che viene pacificamente applicata (con importi diversi) in altri ordinamenti europei, senza che nessuno ne metta in dubbio la legittimità costituzionale.
Al posto del risarcimento predefinito, sembra affacciarsi un criterio flessibile: il Giudice dovrà decidere, caso per caso, l’entità del risarcimento spettante al lavoratore ingiustamente licenziato.
Questo criterio è simile a quello che deve seguire il Giudice nella condanna al pagamento delle spese processuali dopo la sentenza della Consulta n. 77 del 19 aprile scorso. Con tale sentenza è stata cancellata la norma che aveva introdotto un sostanziale automatismo nella condanna alle spese processuali (sempre a carico della parte soccombente, salvo casi predefiniti), ed è stato introdotto un criterio molto più elastico, che consente di compensare in tutto o in parte le spese se sussistono “gravi ed eccezionali ragioni” individuate di volta in volta dal giudice.
L’elemento comune di queste decisioni è il rifiuto di parametri rigidi e predeterminati, e la preferenza verso la scelta discrezionale del giudice, che vedere ampliare il proprio potere nella determinazione degli effetti economici delle sue sentenze, tanto in caso di licenziamento quanto nella definizione delle spese di lite.
Questa maggiore libertà decisionale comporta un rischio non banale: situazioni uguali tra loro potrebbero essere decise in maniera molto diversa (come accadeva in passato), solo perché gestite da giudici aderenti ad orientamenti e interpretazioni differenti (seppure tutte legittime).
Una situazione del genere potrebbe mettere in discussione proprio quei parametri che la Consulta, con decisione di ieri, ha voluto salvaguardare: quale ragionevolezza e uguaglianza ci può essere in un sistema normativo che consente, quanto meno sul piano teorico, una disparità di trattamento tra situazioni uguali?
Per evitare che questa disparità, al momento solo teorica, diventi reale, è importante, ora più che mai, che la politica compia scelte ben ponderate, sfuggendo alla tentazione di modificare le regole seguendo le emozioni del momento.
Questo vuol dire che, prima di assumere ogni decisione, bisognerà attendere le motivazioni della sentenza, cercando di comprendere fino in fondo i criteri utilizzati dalla Consulta.
Solo allora si potrà valutare se sussiste la necessità di aggiustare una normativa che, è bene ricordarlo, è stata ritoccata meno di due mesi fa, senza che fosse cancellato quel meccanismo (due mensilità fisse per ogni anno di anzianità) appena bocciato dalla Corte.
Aggiustamenti che, se saranno considerati necessari, dovranno applicare fino in fondo i criteri individuati dalla Consulta, ma anche tenere conto che non possiamo ritornare a un sistema di cui nessuno sente nostalgia (e che allontana gli investimenti stranieri): quello dell’incertezza sugli esiti e i costi del contenzioso.