La causale danneggia il mercato del lavoro: strumento da correggere prima che sia troppo tardi

A distanza di cinque mesi dall’entrata in vigore del Decreto Dignità, tutti i principali indicatori statistici convergono verso lo stesso messaggio: la riforma ha fatto crollare l’utilizzo dei contratti di lavoro flessibile regolare (contratto a termine e somministrazione), senza che questo crollo si sia tradotto in altrettanti posti di lavoro a tempo indeterminato.

La situazione è destinata a peggiorare nei prossimi mesi, quando migliaia di rapporti di lavoro arriveranno alla scadenza dei 24 mesi e quindi non potranno più essere prorogati o rinnovati, con il rischio di un turn over massiccio tra lavoratori “anziani” e lavoratori meno esperti.

Anche le relazioni industriali sono investite negativamente della riforma: le parti sociali a tutti i livelli discutono ogni giorno di possibili accordi collettivi – anche di prossimità – per limitare gli effetti occupazionali delle nuove regole.

In questo scenario, è arrivato il momento di prendere atto che il Decreto Dignità ha fallito nella sua missione di aumentare la stabilità occupazionale e, anzi, rischia di creare danni seri al mercato del lavoro, disincentivando le imprese all’utilizzo del lavoro regolare.

Il Governo dovrebbe riconoscere questo fallimento, invece che trincerarsi dietro difese – come quella del Prof. Tridico su queste pagine – basate su evidenti forzature, a partire dal richiamo a inesistenti vincoli comunitari.

Non è affatto vero che la direttiva comunitaria sul lavoro a tempo determinato (la 70/1999) impone di limitare l’utilizzo di tale rapporto dopo soli 6 mesi: tale impegno non è previsto da nessuna clausola della direttiva, che richiama solo la giusta esigenza di evitare gli abusi (ancora più lontana da questa impostazione è la direttiva 104/2008 sul lavoro in somministrazione).

Altrettanto sbagliato è sostenere che il sistema italiano sarebbe imperniato su una “causale attenuta”.

Il meccanismo delle causali introdotto dal decreto dignità è talmente restrittivo da non avere eguali in nessun paese comunitario: pochissime imprese sono in condizione di applicare le rigide condizioni introdotte dal dl 87/2018, e quei pochi che si avventurano in questo campo hanno la certezza di andare incontro al contenzioso. E’ difficile capire dove sarebbe “attenuata” una disciplina del genere.

L’esperienza di questi mesi ci dice che la causale ha enfatizzato l’impostazione restrittiva della riforma, impedendo di fatto le proroghe dei contratti a termine e riducendo a 12 mesi la durata effettivamente utilizzabile, con gli effetti negativi già ricordati.

Per ridare ossigeno al mercato del lavoro basterebbe alleggerire questo requisito, assegnando alla contrattazione collettiva la facoltà di scegliere se introdurre la causale oppure no, senza obblighi legislativi precostituiti; in alternativa, si potrebbe tornare alla disciplina vigente prima del Jobs Act, quando la causale poteva essere riferita a esigenze più ampie di quelle prevista del decreto dignità.

Un intervento di questo tipo, ovviamente, non sarebbe sufficiente a correggere una riforma che ha combattuto la battaglia giusta (la lotta alla precarietà) contro gli obiettivi sbagliati (il lavoro a termine e la somministrazione).

Per rimettere questa battaglia sui binari corretti, sarebbe opportuno far cessare gli attacchi propagandistici al lavoro flessibile regolare, per concentrare gli sforzi nella lotta contro i veri strumenti di diffusione del precariato: gli appalti illeciti, le collaborazioni irregolari, le false partite IVA, il dumping dei contratti collettivi pirata e il lavoro nero.