La proposta di “ritorno all’articolo 18” rischia di avviare un dibattito senza senso, che parte da una rappresentazione falsa ed errata del contesto normativo.

Tale proposta si poggia, infatti, su un grave errore di fondo: la presunta differenza tra il contratto a tutele crescenti, normativa che avrebbe reso più facili i licenziamenti eliminando la sanzione della reintegrazione sul posto di lavoro, e l’articolo 18, disciplina che invece darebbe ancora quel tipo di tutela.

Questa rappresentazione è sbagliata, come abbiamo più volte evidenziato sulle pagine di questo giornale, perché la giurisprudenza ha assottigliato, per non dire azzerato, le differenze contenute nelle due discipline, rendendo sostanzialmente coincidenti i casi nei quali si applica la reintegrazione sul posto di lavoro.

Oltretutto, in questi ultimi anni sono stati apportati, da fonti diverse, importanti correttivi alle regole introdotte dal Jobs Act anche per la parte relativi agli indennizzi economici: il c.d. decreto dignità ha alzato sino a 36 mesi la soglia massima dei risarcimenti, e la Corte Costituzionale ha cancellato ogni automatismo legato all’anzianità di servizio.

Questi interventi hanno determinato una situazione che, pensando alle intenzioni che perseguiva il legislatore del 2015, può definirsi paradossale: i lavoratori rientranti nel campo di applicazione delle “tutele crescenti” godono oggi di una tutela equivalente e, sotto molti punti di vista, più ampia rispetto a quelli che stanno nel campo dell’articolo 18.

Ma allora qual è il senso di proporre un “ritorno all’articolo 18”, come se ci fosse un’emergenza da gestire? Questa proposta non ha nessun senso tecnico, e risponde solo all’esigenza di agitare sul terreno della comunicazione politica una bandiera facilmente riconoscibile.

Invece di avviare questa battaglia inutile, la politica dovrebbe occuparsi delle tante emergenze del mercato del lavoro. I giovani costretti a portare sulle proprie spalle il peso delle tutele troppo generose (normative e previdenziali) dei padri.

I lavoratori condannati a vivere in quasi povertà per via dei contratti collettivi pirata, il lavoro nero e grigio di massa.

L’eccesso di burocrazia e formalismo che mette sul banco degli imputati le imprese che tentano di operare in modo trasparente. La crescente deindustrializzazione del Paese.

Le tante irrisolte crisi aziendali che affollano, senza speranza, i tavoli ministeriali. Il fallimento ripetuto delle politiche attive e dei servizi pubblici per l’impiego.

Questi sono i problemi reali di cui soffre il mercato del lavoro; per affrontarli in modo serio e concreto servirebbero azioni, progetti e impegni di lungo periodo.   Il ricorso a slogan facili e accattivanti come il “ritorno all’articolo 18” garantisce un ritorno immediato sui giornali e molti like sui social media ma non produce alcun reale beneficio ai lavoratori.

Chi ci governa dovrebbe, quindi, sfuggire alla tentazione di andare a caccia di like, lavorando di più e meglio per gestire la grandezza e la complessità dei problemi di cui soffre il nostro mercato del lavoro.