Le novità della settimana in materia di lavoro

Giurisprudenza

Sono state di recente pubblicate sulle banche dati alcune interessanti pronunce di legittimità e di merito, come qui di seguito riportato.

Tribunale Ordinario di Firenze, Sezione Lavoro, 22 ottobre 2019 n. 1414 – Lavoratrici madri:  discriminatorie le disposizioni che inaspriscono le sanzioni per il ritardo all’ingresso  

Il tribunale  di Firenze è stato chiamato a pronunciarsi sulla legittimità di due ordini di servizio emanati da un ente pubblico volti a disciplinare l’orario di lavoro in modo più rigoroso rispetto a quanto previsto dal contratto collettivo.

Nel caso di specie, la consigliera di parità della Regione Toscana presentava ricorso ex art. 37, comma 4, D. Lgs. N. 198/2006 chiedendo ai giudici di merito di accertare la natura discriminatoria di due ordini di servizio che prevedevano una responsabilità disciplinare di tutti i lavoratori in caso di ingresso in ufficio (senza giustificazione scritta) oltre le ore 9,15, e che le entrate successive alle ore 9,30 dovessero essere considerate permessi brevi non retribuiti. Inoltre, la consigliera censurava gli ordini di servizio anche per il fatto che nulla prevedevano in ordine alla cosiddetta flessibilità ulteriore in favore dei dipendenti che si trovano in particolari situazioni personali, sociali e familiari, tra cui in particolare quei dipendenti che si trovino in situazione di necessità connesse alla frequenza dei propri figli di asili nido, scuole materne e scuole primarie.

All’esito del giudizio, gli ordini di servizio venivano dichiarati illegittimi e veniva ordinata all’ente la cessazione del comportamento pregiudizievole tramite la rimozione dell’efficacia giuridica o la mancata applicazione delle disposizioni accertate come discriminatorie oltre al risarcimento del danno non patrimoniale.

In particolare, il tribunale rilevava come i due ordini di servizio avrebbero determinato nel loro complesso una potenziale discriminazione indiretta in danno dei genitori lavoratori e, in particolare, delle lavoratrici madri. Il giudice di merito sottolineava come i due ordini potevano svantaggiare i lavoratori genitori rispetto ai dipendenti non genitori, in quanto risultavano ostacolare, o comunque, rendevano più difficoltosa “la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e la fruizione degli istituti giuridici a ciò preposti, esponendo, altresì, per l’effetto, i dipendenti genitori anche a un maggior rischio di incorrere in violazioni disciplinari connesse a ritardi”, realizzando così una discriminazione indiretta. Il tribunale precisava altresì come, ai fini dell’individuazione della natura indirettamente discriminatoria di un provvedimento, sia necessario osservare l’effetto del trattamento discriminatorio e “la sua conseguenza sul piano oggettivo, essendo, viceversa, del tutto irrilevante l’intento soggettivo dell’agente, sia, per l’individuazione della condotta vietata, sia , correlativamente, per l’individuazione delle cause di esclusione della fattispecie illecita”.

In conclusione, è stato ordinato al datore di lavoro pubblico la cessazione del comportamento pregiudizievole tramite la rimozione dell’efficacia giuridica delle disposizioni che inaspriscono le sanzioni per il ritardo all’ingresso in servizio, in quanto discriminatorie nei confronti dei lavoratori genitori e in particolare nei confronti delle lavoratrici madri, in quanto risultano ostacolare la conciliazione dei tempi di vita e lavoro.

Tribunale Ordinario di Milano, Sezione Lavoro, 10 ottobre 2019 n. 2300 – Contratto a termine e assenza DVR: trasformazione a tempo indeterminato

Il Tribunale di Milano è stato chiamato a pronunciarsi sulla legittimità di un contratto di lavoro a tempo determinato, rispetto al quale, il dipendente chiedeva la conversione in contratto a tempo indeterminato, avendo il datore di lavoro omesso di effettuare la valutazione dei rischi.

Il giudice, accogliendo il ricorso del lavoratore, rilevava che – alla luce del precetto di legge – la valutazione dei rischi assurge a presupposto di legittimità del contratto stesso. Sul punto, veniva altresì richiamata la ratio legis – supportata anche da un univoco orientamento giurisprudenziale – secondo cui, in caso di contratto stipulato a tempo determinato, diventa ancor di più necessario proteggere il lavoratore: è più probabile (alla luce della minor familiarità sia con gli ambienti che con il luogo di lavoro, nonché della minor professionalità ed esperienza) che il lavoratore incorra in un qualche infortunio. Veniva inoltre osservato come il datore di lavoro, per non incorrere in eccezioni di sorta, dovrebbe fornire prova scritta (richiesta ad substantiam dalla legge) dell’avvenuta valutazione dei rischi, non essendo – al contrario – sufficienti prove orali.

Alla luce di quanto premesso in diritto, il giudice – dopo aver rilevato come, nel caso di specie, il datore si fosse limitato a produrre un “manifesto programmatico della politica aziendale in materia di salute e sicurezza dei lavoratori” (che, quindi, non poteva assurgere alla medesima funzione del DVR) – dichiarava che “il lavoratore deve essere riammesso in servizio e risarcito con una somma ragguagliata alla durata del rapporto e alle dimensioni dell’impresa dovendo il contratto a termine essere convertito in tempo indeterminato laddove il datore non produce in giudizio il documento per la valutazione dei rischi riguardanti la sicurezza sul lavoro avente data certa anteriore all’assunzione del dipendente“.

Corte di Cassazione, 12 dicembre 2019 n. 32699 – Qualifica superiore: sì ma solo per mansioni con alto grado di specializzazione

La Corte di Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità del riconoscimento alla qualifica superiore laddove il lavoratore svolga una mansione con alto grado di specializzazione.

Nel caso di specie, il lavoratore di un albergo ricorreva in giudizio per il riconoscimento del diritto alla qualifica superiore di “capo ricevimento”. Il giudice di prime cure respingeva la domanda del lavoratore condannando il datore di lavoro al pagamento delle differenze retributive. La Corte d’appello confermava quanto statuito in primo grado e condannava il titolare dell’albergo al pagamento di una cospicua somma riconoscendogli altresì la qualifica superiore richiesta di “Capo ricevimento” (corrispondente al secondo livello della declaratoria contrattuale). Il datore di lavoro ricorreva per la  cassazione della decisione, specificando che al lavoratore non poteva essere riconosciuta la qualifica superiore: diverse erano, infatti, le mansioni che svolgeva in autonomia  (“i lavori di manutenzione e anche di addetto al ricevimento, quando necessario”). Secondo la tesi datoriale, i giudici di merito avrebbero dovuto attenersi al criterio della prevalenza, avuto riguardo al contenuto della mansione primaria e caratterizzante la posizione di lavoro, come previsto dall’articolo 2103 c.c..

La Suprema Corte, riformando la decisione dei giudici del gravame, ha statuito che “al fine di stabilire il diritto del lavoratore ad ottenere l’attribuzione della qualifica superiore ex art. 2103 cod. civ., qualora lo stesso, oltre a mansioni proprie della categoria di appartenenza svolga anche altre mansioni definite dalla contrattazione collettiva come proprie della categoria superiore rivendicata, il giudice del merito deve attenersi al criterio della prevalenza e quindi deve aver riguardo al contenuto della mansione primaria e caratterizzante la posizione di lavoro”.

Inoltre, “Quando la disciplina collettiva, in caso di svolgimento da parte del lavoratore di mansioni di diverse categorie, prevede l’attribuzione della categoria corrispondente alla mansione superiore, sempreché essa abbia carattere di prevalenza o almeno di equivalenza di tempo, il giudice deve compiere una rigorosa e penetrante indagine quanto alla continuità, alla rilevanza e all’impegno temporale giornaliero delle mansioni, delle diverse categorie, espletate dal lavoratore. Nel caso in cui sia assolutamente impossibile comparare le rispettive mansioni secondo il criterio dettato dal contratto collettivo, si deve fare ricorso ai criteri validi per l’ipotesi di assenza di una disciplina collettiva in materia. In tal caso, se il lavoratore svolge nella sua interezza la mansione, il cui espletamento è attributivo della categoria superiore, spetta tale categoria (senza che il contemporaneo esercizio della funzione inferiore, qualunque ne sia la quantità, abbia alcun rilievo ostativo)”.

Prassi

INPS: Reddito e Pensione di Cittadinanza – Dati dicembre 2019

L’Istituto ha pubblicato i dati dell’Osservatorio sul Reddito di Cittadinanza aggiornati al 6 dicembre 2019.

Le domande di Reddito e Pensione di Cittadinanza pervenute all’INPS sono 1.623.000, di cui 1.066.110 sono state accolte, 112.396 sono in lavorazione e 444.494 sono state respinte o cancellate.

Per quanto riguarda le aree geografiche, sono state accolte 643.999 domande a fronte delle 902.341 pervenute dalle regioni del Sud e dalle Isole (60,4%), 260.024 domande a fronte delle 455.641 pervenute dalle regioni del Nord (24,4%) e 162.087 a fronte delle 265.018 pervenute dalle regioni del Centro (15,2%).

INPS – Messaggio del 13 dicembre 2019 n. 4658: NASpI anticipata e contratto di collaborazione

L’INPS ha chiarito la disciplina della NASpI corrisposta in forma anticipata, in un’unica soluzione, a titolo di incentivo per l’avvio di un’attività autonoma o di impresa individuale o per la sottoscrizione di una quota di capitale sociale di una cooperativa nella quale il rapporto mutualistico ha a oggetto la prestazione di attività lavorativa da parte del socio.

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Il prossimo numero sarà pubblicato il 10 gennaio 2020.