Riforma dei centri per l’impiego, gestione delle crisi aziendali e lotta alla precarietà: con queste parole chiave il nuovo ministro del lavoro e dello sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha dettato l’agenda della nuova stagione di governo sui temi del lavoro.

Una lista largamente condivisibile, ma molto difficile da realizzare, perché l’ampiezza e la profondità delle questioni che si devono affrontare richiederanno scelte complesse e non sempre popolari.

La riforma dei Centri per l’impiego dovrà essere affrontata cercando soluzioni innovative e rompendo schemi che sembrano consolidati. Secondo un ragionamento molto diffuso tra gli operatori e gli esperti del settore, i Centri avrebbero bisogno di più personale e maggiori risorse per svolgere meglio i loro compiti. Questa considerazione va rovesciata, perché un aumento degli investimenti sulle strutture esistenti aggraverebbe, invece di risolvere, il problema della poco incidenza sul mercato del lavoro dei servizi pubblici, il cui vizio d’origine non deriva dalla scarsità delle risorse ma dall’adozione di un modello vecchio e anacronistico.

Come dimostra il fallimento dell’assegno di ricollocazione, fiore all’occhiello del nuovo sistema di politiche attive costruito dal Jobs act, non bisogna centralizzare la gestione dei servizi sulle strutture pubbliche ma, piuttosto, bisogna lasciare alla parte pubblica un ruolo di regolazione del sistema.

Il compito di occuparsi dell’erogazione dei servizi deve essere affidato a chi lo sa svolgere con maggiore efficienza e minori costi: le agenzie private, l’associazionismo e gli altri operatori che a vario titolo intervengono nell’incontro tra domanda e offerta di lavoro (scuole, università, ordini professionali, parti sociali, ecc.). Il coinvolgimento di questi soggetti dovrebbe realizzarsi con incentivi economici correlati ai risultati conseguiti, in modo da rendere selettiva ed efficiente la spesa pubblica. I risultati di questo meccanismo sarebbero garantiti: basta guardare al sistema della dote unica applicato in Lombardia per verificarlo.

Un sistema funzionante di servizi per l’impiego aiuterebbe a gestire in modo efficiente anche le crisi aziendali, altro tema messo nell’agenda di Governo. Se oggi un’azienda annuncia un piano di esuberi, la parte pubblica che svolge il difficile compito di mediazione tra le parti ha pochissimi strumenti da mettere in campo, a parte la capacità di moral suasion.

Bisogna potenziare la “cassetta degli attrezzi” di chi deve gestire le crisi, consentendogli di offrire alle aziende in sofferenza strumenti nuovi per ridurre gli esuberi senza arrivare ai licenziamenti, da un lato, e potenziando le tutele attive ai lavoratori licenziati se la crisi non si risolve, dall’altro (con un assegno di ricollocazione più tempestivo ed efficiente rispetto a questo sperimentato finora).

Il terzo tema messo in agenda dal ministro Di Maio, la lotta alla precarietà, è quello a maggiore rischio demagogia.

È giusto creare le condizioni affinché il lavoro sia stabile e duraturo: un paese moderno non può fondare la propria economia sull’incertezza lavorativa; bisogna tuttavia stare attenti a fare le mosse giusto per invertire la rotta.

Già nella scorsa legislatura è stato pagato un pegno importante a questa impostazione: la scelta di cancellare il voucher, presentata mediaticamente come una forma di contrasto agli abusi, ha peggiorato le condizioni dei lavoratori della gig economy, che sono rimasti orfani dell’unico strumento contrattuale capace di assicurare un trattamento normativo decoroso e sono finiti tra le braccia di contratti largamente irregolari o inadeguati.

Non bisogna ripetere quell’errore attaccando contratti come il tempo determinato e la somministrazione che, pur essendo flessibili, garantiscono un lavoro regolare e stabile, assicurando l’applicazione piena dei diritti normativi, contrattuali e previdenziali.

L’obiettivo da colpire è un altro: bisogna restituire (come prevede lo stesso “contratto” di governo) al mercato uno strumento semplice di gestione dei lavori saltuari, garantire un trattamento economico minimo inderogabile per tutti e, soprattutto, attaccare quei meccanismi contrattuali (appalti illeciti, esternalizzazioni irregolari, false parasubordinazioni e partite Iva) che fanno largo uso del lavoro precario, con forme che impediscono di programmare il futuro oltre un orizzonte di poche settimane.