Gravi illeciti da parte del dipendente non perdono di rilevanza ai fini della configurabilità di una giusta causa di recesso, per il sol fatto di essere stati commessi eseguendo una direttiva di un superiore-gerarchico.

Enunciando questo principio la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23660 pubblicata lo scorso 28 settembre 2018, ricorda che nel rapporto di lavoro non può applicarsi la scriminante di cui all’art. 51 cod. pen., che considera non punibili fatti costituenti reato se commessi esclusivamente su ordine della pubblica autorità.

La pronuncia origina dal licenziamento intimato nel luglio 2012 da una società di distribuzione di gas a un lavoratore che, obbedendo agli ordini di un suo responsabile, aveva simulato nel sistema informatico aziendale l’esecuzione di lavori di posizionamento di tubi, in verità realizzati anni prima da altre aziende appaltatrici e già integralmente saldati.

L’ingrato compito che il lavoratore aveva accettato di svolgere, probabilmente poi pentendosene, aveva lo scopo di aggiornare – attraverso una “forzatura” – la cartografia e il patrimonio aziendale risultanti nel sistema informatico, includendovi alcuni metri lineari di tubature installate negli anni precedenti.

Per la Corte d’Appello di Roma la contabilizzazione di tali lavori simulati, benché avesse comportato il pagamento effettivo dei relativi importi alle imprese indicate come appaltatrici, non poteva costituire giusta causa di licenziamento.

Secondo i giudici di merito, tale condotta era da ritenersi priva di dolo e di colpa, per il fatto che il lavoratore si era limitato a eseguire ordini di un superiore, ricevuti in una riunione aperta a tutti, dunque senza finalità truffaldine e che il sistema aziendale non prevedeva alcuna procedura alternativa per giungere al medesimo risultato.

All’esito del giudizio di secondo grado, dunque, la società era stata condannata a reintegrare il dipendente nel posto di lavoro.

Di avviso opposto invece la Suprema Corte, che ha cassato per violazione dell’art. 2119 cod. civ. e dell’art. 3, Legge n. 604/1966 il capo della sentenza d’appello in cui la Corte territoriale ha ritenuto il comportamento del lavoratore non riconducibile a giusta causa o a giustificato motivo soggettivo.

Stando alla Corte di Cassazione, i giudici di seconde cure avrebbero dovuto escludere che la società potesse ancora nutrire fiducia nei confronti di un dipendente che – se non intenzionalmente, quanto meno “supinamente” – aveva più volte violato i doveri di diligenza e fedeltà e forzato le procedure interne, certificando l’esecuzione di lavori non eseguiti dalle ditte indicate come appaltatrici e inducendo di fatto il proprio datore di lavoro a effettuare versamenti indebiti in loro favore.

In tale valutazione la Corte territoriale avrebbe dovuto considerare, da un lato, che la condotta del lavoratore costituiva una manifesta violazione delle più elementari regole comportamentali poste dall’ordinamento, oltre che delle procedure aziendali interne e del codice etico della società e, dall’altro, che la sua contrarietà a tali regole era talmente palese che il lavoratore avrebbe potuto sicuramente avvedersi dell’illegittimità dell’ordine ricevuto e, di conseguenza, rifiutarsi di eseguirlo.

La parola dunque (ri)passa alla Corte d’Appello di Roma, che dovrà riesaminare e decidere il caso attenendosi al principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte.