Il grande cantiere dei licenziamenti potrebbe nei prossimi mesi subire un altro scossone – dopo la rivoluzionaria sentenza del 2018 della Corte Costituzionale – ad opera della Corte di Giustizia Europea.

Il giudice comunitario è stato, infatti, investito della responsabilità di valutare se sono coerenti con il diritto dell’Unione Europea due sistemi sanzionatori differenti sui licenziamenti collettivi  (reintegra, per gli assunti prima del 7 marzo 2015, e indennizzo economico per gli assunti da tale data) rispetto alla stessa situazione (licenziamento illegittimo).

La questione è stata sollevata – su richiesta dei legali di un lavoratore che aveva impugnato un licenziamento – dal Tribunale di Milano con l’ordinanza del 5 agosto 2019, con la quale il Giudice nazionale ha chiesto alla Corte di Giustizia Europea di valutare la compatibilità del sistema sanzionatorio delle “tutele crescenti” (d.lgs. 23/2015) con il diritto comunitario.

Gli elementi individuati dal Tribunale come sintomi del possibile contrasto tra le regole del d.lgs. 23/2015 e le regole comunitarie sono essenzialmente due: e la ragionevolezza della coesistenza di due regimi sanzionatori differenti e l’adeguatezza ed effettività della tutela offerta dal Jobs Act rispetto al danno della perdita del lavoro.

Per quanto riguarda la possibile lesione del principio di parità di trattamento – per via della distinzione tra vecchi e nuovi assunti – l’ordinanza del Tribunale richiama l’art. 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea.

La norma stabilisce che tutte le persone sono uguali di fronte alla legge: secondo l’ordinanza di Milano, sulla base di questo principio sarebbe doveroso applicare la stessa disciplina a lavoratori assunti con la stessa tipologia contrattuale. E’ vero che le situazioni sono del tutto identiche, per via della diversa data di assunzione, ma secondo il Tribunale questa differenza non sarebbe sufficiente a giustificare una tutela differente, qualora il licenziamento avverrebbe nello momento.

Il conflitto con il principio di parità di trattamento viene evidenziato anche rispetto al criterio di calcolo dell’anzianità lavorativa: criterio che cambia in caso di applicazione delle tutele crescenti.

Secondo l’art. 4 della direttiva 70/1999 sul contratto a termine, l’anzianità dei lavoratori a termine deve essere calcolata con gli stessi criteri dei lavoratori a tempo indeterminato. La regola del Jobs Act, che assoggetta alle “tutele crescenti” i rapporti a termine convertiti a tempo indeterminato dal 7 marzo 2015 in poi, violerebbe questo principio, nella parte in cui l’anzianità di servizio dei lavoratori a termine non sarebbe considerata utile a rientrare nel regime di tutela teoricamente più favorevole (quello applicabile ai “vecchi assunti”).

Il secondo profilo di possibile conflitto con il diritto comunitario riguarda l’effettività della tutela, garantita dall’art. 30 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La norma fissa un principio invalicabile: ogni lavoratore ha diritto alla tutela contro un licenziamento ingiustificato. Secondo il Tribunale, questa norma trova attuazione solo se viene introdotto un regime sanzionatorio capace di assicurare effettività, adeguatezza e dissuasività.

Obiettivi realizzabili con maggiore efficacia da un sistema fondato sulla reintegrazione sul posto di lavoro, molto più incisivo nel dissuadere i datori di lavoro dall’adozione di licenziamenti ingiustificati.

Non è agevole prevedere come risponderà la Corte di Giustizia a questi dubbi: diversi argomenti e precedenti lascerebbero pensare che il Jobs Act risulti immune dai vizi lamentati, ma i colpi di scena cui ci ha abituato la giurisprudenza – comunitaria e costituzionale – impedisce di formulare previsioni circa l’esito della controversia.

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