Il tema dei licenziamenti è un cantiere sempre aperto. Le ragioni non sono soltanto tecniche: l’argomento si porta dietro una fortissima valenza simbolica e politica e, come tale, è usato molto spesso come bandiera per affermare una certa visione del lavoro e delle sue regole.

Questa grande carica emotiva si traduce nella riapertura costante del cantiere legislativo: dal 2012, prima la riforma Fornero, poi il Jobs Act e qualche anno dopo il Decreto Dignità hanno introdotto significative innovazioni sulla disciplina esistente.

Il cambiamento continuo e incessante delle regole si accompagna a un altro elemento particolarmente negativo: la complessità. Non è una complessità che deriva dalle singole regole, ma è dovuta alla scelta -del decreto dignità e dei provvedimenti elaborati dai legislatori precedenti – di sommare un altro regime sanzionatorio a quelli già esistenti, aumentando il numero complessivo di sistemi che convivono sulla stessa materia.

La complessità è aumentata dai ripetuti interventi della giurisprudenza – ordinaria e costituzionale – che ha compiuto in questi anni un lavoro di costante rivisitazione della disciplina dei licenziamenti.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ci vuole un’ampia e articolata tabella per spiegare come sono disciplinati i licenziamenti in Italia.

Dentro questa grande complessità si è generato un fenomeno del tutto imprevisto e imprevedibile: il regime sanzionatorio sui licenziamenti introdotto dal Jobs Act è diventato mediamente più conveniente, per i lavoratori, rispetto alla disciplina dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Questa situazione è scaturita da fattori diversi – le modifiche introdotte dal Decreto dignità, la sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale, gli orientamenti della giurisprudenza sulle c.d. tutele crescenti – e si può comprendere confrontando i punti centrali dei due regimi sanzionatori.

Il primo aspetto interessato dal cambiamento riguarda l’entità massima dell’indennità risarcitoria dovuta al lavoratore nei casi in cui non si applica la reintegrazione.

Il legislatore del 2015 aveva scelto di contenere il calcolo dell’indennità entro una soglia massima di 24 mensilità, lo stesso “tetto” fissato dall’articolo 18 come importo massimo dell’indennità.

Questa situazione è cambiata in modo rilevante con le norme del c.d. decreto dignità (D.L. 87/2018, convertito nella legge 96/2018), che ha portato la soglia massima dell’indennità a 36 mesi (con un innalzamento anche della soglia minima).

Tale innovazione, che inizialmente sembrava marginale, è diventata molto rilevante quando è stata emanata la sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale, che ha cancellato il meccanismo di quantificazione automatica dell’indennità risarcitoria previsto per le tutele crescenti, rimettendo il Giudice al centro del sistema di quantificazione del risarcimento del danno.

La doppia novità – soglia massima che cresce da 24 a 36 mesi, discrezionalità del Giudice nella quantificazione dell’indennità – ha cambiato completamente la convenienza relativa dei due regimi.
Il lavoratore soggetto alle tutele crescenti oggi può ottenere un risarcimento che va da 6 a 36 mensilità, sulla base di una valutazione discrezionale del Giudice; se lo stesso lavoratore rientrasse nel regime dell’articolo 18, avrebbe una prospettiva molto più limitata, potendo ambire a un massimo di 24 mensilità.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa comparazione è sbagliata, in quanto tra le due discipline cambiano i casi nei quali non si applica la reintegra (e quindi spetta l’indennità risarcitoria).

Tali casi, al momento dell’approvazione del d.lgs. 23/2015, erano in effetti ben più ampi nell’area delle tutele crescenti, normativa approvata proprio per ridurre il campo di applicazione della reintegra. Anche questa situazione è, tuttavia, oggi profondamento cambiata. La giurisprudenza ha riavvicinato in maniera significativa le due discipline, in un percorso di azzeramento delle differenze sublimato dalla recente pronuncia della Corte di Cassazione (n. 12174/2019), dove è stato ribadito un concetto già emerso più volte nella giurisprudenza di merito: l’inesistenza del fatto, anche nelle tutele crescenti, deve intendersi come “non rilevanza disciplinare” dello stesso.

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