Il recesso via WhatsApp deve ritenersi efficace perché rispetta la forma richiesta dall’art. 2 della Legge 604/1966. E’ quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Roma con una recentissima sentenza del 23 aprile 2018.

La pronuncia dei giudici capitolini impone un’ovvia riflessione sulla Net Generation alla quale – volenti o nolenti – apparteniamo tutti: il sempre più imponente avvento degli smartphone e delle relative App (ivi incluse quelle di messaggistica istantanea come quella in oggetto) ha, inevitabilmente, influenzato anche i rapporti di lavoro. E così, sia  in fase di assunzione (giusto per citare il ruolo sempre più fondamentale assunto da LinkedIn nella fase di recruitment) sia durante l’effettivo svolgimento del rapporto di lavoro e sia in occasione della sua cessazione.

Nel caso di specie, una lavoratrice conveniva in giudizio il proprio ex datore di lavoro per chiedere l’accertamento di un rapporto di lavoro subordinato oltre che la reintegra, a fronte dell'(addotto) licenziamento intimato verbalmente. Nella fase sommaria, il tribunale accertava la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, rigettando invece la domanda reintegratoria. La medesima decisione veniva assunta in fase di opposizione.

All’esito del procedimento di reclamo, la Corte di appello di Roma ha confermato la piena validità del licenziamento intimato via WhatsApp, sulla base dei seguenti principi generali di diritto:

  • i negozi sono a forma libera (salvo strette eccezioni) e, in materia di licenziamento, la legge impone che la volontà solutoria del contratto sia «comunicata per iscritto», senza ulteriori previsioni limitative per il datore di lavoro;
  • la dichiarazione recettizia si presume conosciuta nel momento in cui giunge all’indirizzo del destinatario “ossia nel luogo che, per collegamento ordinario (dimora o domicilio) o per normale frequentazione o per l’esplicazione ivi dell’attività lavorativa o per una preventiva indicazione o pattuizione, risulti in concreto nella sfera di dominio e controllo del destinatario“.

A dire dei giudici d’appello, entrambi i requisiti sono stati perfezionati nel caso di specie. La forma scritta del licenziamento non implica, infatti, la necessità di adottare formule sacramentali: è sufficiente che la volontà del datore di lavoro di recedere dal rapporto sia comunicata chiaramente ed espressa in forma scritta.

E’ utile richiamare anche i precedenti giurisprudenziali che, in tale ambito, hanno ritenuto sufficiente la comunicazione di licenziamento inviata via WhatsApp: il messaggio WhatsApp è un documento scritto (anche se informatico) rivolto a un destinatario specifico e, pertanto, idoneo a integrare una valida comunicazione di licenziamento e, quindi, a interrompere il rapporto di lavoro (Tribunale di Catania, 27 giugno 2017).

 

Considerazioni analoghe sono state svolte anche con riferimento a una comunicazione di licenziamento effettuata a mezzo sms che – si ritiene – possa anch’essa soddisfare il requisito di forma scritta richiesto dalla legge (Corte d’Appello di Firenze, 5 luglio 2016).

 

Ciò detto, per quanto una comunicazione via WhatsApp possa – dal punto di vista datoriale –  risultare più efficiente (o, senza dubbio, più rapida), va comunque considerato che forme più tradizionali possano evitare eventuali contestazioni sulla validità o meno dell’atto di recesso (es. effettiva visualizzazione della “doppia spunta blu”) nonché sull’inequivocabilità del suo contenuto.

A ciò si aggiunga che – dal punto di vista del lavoratore – una “formula sacramentale” sarebbe dovuta o, quanto meno, attesa.