È trascorso un anno dall’introduzione del c.d. Jobs Act Autonomi (Legge 22 maggio 2017, n. 81 recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale”) il pacchetto di norme approvate dal precedente governo ed indirizzato a rafforzare le tutele applicabili a oltre 5 milioni di lavoratori tra liberi professionisti, free lance e collaboratori coordinati e continuativi, che operano sul mercato in condizioni di debolezza economica.

Negli ultimi vent’anni il sistema produttivo italiano ha attraversato profonde trasformazioni e le modalità di svolgimento della prestazione lavorativa hanno fatto crescere in maniera significativa il peso e il numero dei lavoratori che svolgono la loro attività in forma autonoma.  Tale categoria ha tuttavia fortemente subito le conseguenze della crisi economica, sia sotto il profilo sociale che produttivo. Nel contesto occupazionale del Paese generalmente negativo, i lavoratori autonomi hanno mostrato una condizione di ulteriore fragilità, attribuibile non tanto alla natura della prestazione autonoma, quanto alla mancanza di un’architettura complessiva di sostegno e di tutele e un impianto normativo in grado di sostenere quei lavoratori privi di forza contrattuale sul mercato e privi di misure di sostegno da parte dello Stato.

L’obiettivo della nuova normativa è stato, quindi, principalmente quello di costruire un sistema di diritti e di welfare moderno capace di colmare le difficoltà della categoria e valorizzare il lavoro autonomo non imprenditoriale, anche attraverso tutele specifiche volte a migliorare la qualità della vita. Sotto tale profilo si segnala l’efficacia degli interventi a sostegno della genitorialità, con il riconoscimento dei congedi parentali e maggiori tutele per le neo mamme, nonché per aver riconosciuto i diritti dei lavoratori in occasione di eventi di malattia e infortuni. Sul versante assistenziale e previdenziale, la legge ha inoltre stabilizzato l’indennità di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi (Dis-coll) e ha introdotto la possibilità di sospendere il pagamento dei contributi in caso di gravi patologie.

Ciò nonostante, alcune condivisibili finalità dell’intervento del legislatore sono rimaste in gran parte prive di effetti, dato che le deleghe attribuite al Governo su temi centrali della riforma non sono state esercitate nei termini, complice sia la fine della precedente legislatura, sia il successivo periodo di stallo che ha preceduto la formazione del Governo Conte.

Finiscono quindi rimaste prive di disciplina le deleghe della legge che dovevano arricchire le garanzie e le tutele per gli autonomi: rimettere alle professioni organizzate una serie di funzioni e di atti della pubblica amministrazione; la regolamentazione per la protezione sociale dei professionisti; l’estensione delle prestazioni di maternità e malattia; la semplificazione delle norme in materia di  salute e sicurezza.

Ulteriore tassello mancante della riforma è anche la mancata attivazione dei servizi di orientamento per i lavoratori autonomi. Era prevista infatti l’istituzione nei centri per l’impiego di sportelli dedicati ai lavoratori autonomi  in grado di offrire consulenze e orientamento e fare da tramite nell’incontro domanda offerta di servizi professionali.

Il Jobs act del lavoro autonomo aveva correttamente messo al centro dell’attività legislativa il tema delle tutele per partite Iva, ma complice l’inerzia del legislatore, la riforma non ha fornito gli strumenti e le risposte sulle questioni più rilevanti.