A distanza di cinque mesi dall’entrata in vigore del Decreto-Dignità, tutti i principali indicatori statistici convergono verso lo stesso messaggio: la riforma ha fatto crollare l’utilizzo dei contratti di lavoro flessibile regolare (a termine e somministrazione), senza che questo crollo si sia tradotto in altrettanti posti di lavoro a tempo indeterminato. La situazione è destinata a peggiorare quando migliaia di rapporti di lavoro arriveranno alla scadenza dei 24 mesi e quindi non potranno più essere prorogati o rinnovati, con il rischio di un turn over massiccio tra lavoratori “anziani” e meno esperti.

Anche le relazioni industriali sono investite negativamente dalla riforma: le parti sociali a tutti i livelli discutono ogni giorno di possibili accordi collettivi – anche di prossimità – per limitare gli effetti occupazionali delle nuove regole.

In questo scenario, è arrivato il momento di prendere atto che il decreto dignità ha fallito nella sua missione di aumentare la stabilità occupazionale e, anzi, rischia di creare danni seri, disincentivando le imprese all’utilizzo del lavoro regolare. Il Governo dovrebbe riconoscere questo fallimento, invece che trincerarsi dietro difese – come quella del professore Tridico su queste pagine – basate su evidenti forzature, a partire dal richiamo a inesistenti vincoli comunitari. Le direttive Ue non prevedono di limitare l’utilizzo del contratto a termine dopo 6 mesi, ma solo la giusta esigenza di evitare gli abusi.

Altrettanto sbagliato è sostenere che il sistema italiano sarebbe imperniato su una “causale attenuta”. Il meccanismo introdotto dal decreto dignità è talmente restrittivo da non avere eguali in nessun Paese comunitario e ha enfatizzato l’impostazione restrittiva della riforma, impedendo di fatto le proroghe dei contratti a termine e riducendo a 12 mesi la durata effettivamente utilizzabile.

Per ridare ossigeno al mercato del lavoro sarebbe urgente alleggerire questo requisito, assegnando alla contrattazione collettiva la facoltà di scegliere se introdurre la causale oppure no, senza obblighi legislativi precostituiti. In alternativa, si potrebbe tornare alla disciplina vigente prima del Jobs act, quando la causale poteva essere riferita a esigenze molto più ampie di quelle previste dal decreto dignità.

Un intervento di questo tipo, seppure urgente, non sarebbe sufficiente a correggere una riforma che ha combattuto la battaglia giusta (la lotta alla precarietà) contro gli obiettivi sbagliati (il lavoro a termine e la somministrazione).

Per rimettere questa battaglia sui binari corretti sarebbe saggio far cessare gli attacchi propagandistici al lavoro flessibile regolare, per concentrare gli sforzi nella lotta contro i veri strumenti di diffusione del precariato: gli appalti illeciti, le collaborazioni irregolari, le false partite Iva, i contratti collettivi pirata e il lavoro nero.