Amministratori-di-Società. Quali strumenti per gestire il rapporto

La pronuncia delle SS. UU. n. 1545/2017, con la quale la Corte di Cassazione ha sconfessato la propria precedente giurisprudenza (SS. UU. n. 10680/1994) e negato la natura contrattuale del rapporto che lega amministratore e società, potrebbe avere – in potenza – un risultato dirompente, ponendo fine a numerose prassi comuni nella gestione del rapporto e, in primis, a quella della stipulazione dei c.d. service (o directorship) agreement tra manager e società.

La sentenza afferma infatti che tra amministratore e società intercorre solamente «un rapporto di tipo societario che, in considerazione dell’immedesimazione organica tra persona fisica ed ente», con la conseguenza che – mancando una dualità fra amministratore e società – non ci sarebbe possibilità di sottoscrivere alcun tipo di contratto che ne i reciproci obblighi e diritti.

Ciò significherebbe, secondo alcuni commentatori, che per disciplinare la posizione degli amministratori si potrebbe utilizzare esclusivamente gli strumenti tipici del diritto societario, ossia le delibere del consiglio di amministrazione [si veda, come esempio, il documento a pag. ] oppure direttamente l’atto di nomina dell’amministratore da parte dell’assemblea.

È tuttavia da ritenersi che, nonostante la presa di posizione espressa dalla Suprema Corte, la stipulazione dei service agreement conservi la propria utilità per disciplinare quegli aspetti del rapporto tra manager e società che non attengono immediatamente al mandato gestorio (nomina, conferimento dei poteri …) ma riguardano, piuttosto, gli obblighi accessori delle parti.

Tali accordi, che solitamente assumono la struttura della promessa del fatto del terzo (art. 1381 c.c.) contengono infatti l’impegno dell’organo esecutivo o del rappresentante legale a far sì che la società, per il tramite dei propri organi collegiali, garantisca all’amministratore l’applicazione di determinate condizioni (in senso lato, “lavorative”) cristallizzate nel service agreement.

Ci riferiamo, per esempio, a particolari obblighi di stabilità, riservatezza, esclusiva e non concorrenza; alla previsione di eventuali golden parachutes; alla tipizzazione delle ipotesi di good e bad leaver; all’inserimento di penali per predeterminare il risarcimento dovuto in caso di inadempimento dell’accordo o, infine, per prevedere meccanismi di abitabilità delle controversie tra società e manager.

Inoltre, nel caso in cui l’amministratore sia anche dirigente della società, il directorship agreement potrà contenere previsioni di raccordo tra la carica societaria e il rapporto di lavoro subordinato introducendo, ad esempio, l’automatico venir meno della prima in caso di cessazione del secondo.

Attraverso la stipulazione del service agreement il manager, sia pur indirettamente, è così tutelato in quanto, in caso di violazione dell’accordo la Società comunque risponderà contrattualmente degli impegni assunti in proprio con la sottoscrizione dell’accordo.

Il passaggio si rivela poi pressoché obbligato ogniqualvolta una società si trovi a voler attrarre un manager sul mercato: difficilmente, infatti, quest’ultimo lascerà la realtà in cui è impegnato senza aver preventivamente firmato alcunché con la nuova società.

Tommaso Erboli