La connotazione dell’offerta di lavoro congrua, così come definita ai fini della percezione del reddito di cittadinanza, rischia non solo di sortire effetti contrari all’obiettivo di politica attiva che dovrebbe sottendere la misura in esame ma, altresì, di creare situazioni di disparità rispetto alla fruizione degli altri strumenti di sostegno al reddito.

In primo luogo, è bene ricordare come i beneficiari del RdC, tra le diverse condizioni da rispettare per il godimento dello stesso, debbano accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue, secondo i dettami del Dlgs 150/2015 ma non solo, proprio perché il Dl 4 ha specificatamente previsto ulteriori accezioni che impongono l’accettazione di un’offerta lavorativa: qui entrano in gioco la distanza del potenziale luogo di lavoro e l’arco temporale di fruizione del beneficio, variabili a seconda del numero di offerte ricevute ovvero se si tratti di rinnovo del medesimo.

Entrando nel dettaglio, l’approvazione di un emendamento parlamentare al testo del decreto legge 4/2019 prevede, quale ulteriore accezione di congruità dell’offerta, una retribuzione non inferiore a 858 euro mensili.

L’introduzione di questa soglia minima crea alcune perplessità. Intanto, in alcuni settori quali, ad esempio, quello agricolo ovvero per alcune qualifiche come l’apprendistato: il beneficiario sarà così libero di rifiutare un impiego con contratto di bracciante agricolo di 12 mesi oppure un rapporto di lavoro in apprendistato professionalizzante presso un centro estetico, poiché le retribuzioni risultano inferiori al tetto minimo individuato dalla norma.

Ma la stortura rischia di mettere all’angolo anche altre opportunità lavorative perché, al dì là del profilo economico, non rivestono i requisiti contrattuali richiesti: questo può accadere laddove siano disponibili rapporti di lavoro part-time (con orario inferiore all’80% di quello dell’ultimo contratto di lavoro) o contratti a chiamata, quest’ultimo molto utilizzato in ambito stagionale.

Il quadro si complica ulteriormente, qualora si volesse allargare il campo di analisi alla definizione di offerta congrua oggi vigente nei confronti dei disoccupati non percettori di misure di sostegno al reddito ovvero di soggetti disoccupati percettori di sussidi diversi dal RdC: si pensi alla Naspi, l’indennità di disoccupazione, la cui condizionalità resta regolata da principi differenti rispetto a quelli introdotti per il RdC.

Insomma, il rischio è quello di creare una babele di regole e di allontanare la meta di un sistema di politiche attive efficace ed efficiente.

Alessandro Rota Porta