La Corte-di-Cassazione con la sentenza n. 26675 del 22 ottobre 2018 ha affermato il principio per cui anche in caso di sopravvenuta inidoneità psichica o fisica del lavoratore, prima di procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo, il datore di lavoro ha l’obbligo di verificare la sussistenza o meno della possibilità di ricollocare all’interno della struttura organizzativa aziendale il lavoratore in questione in mansioni compatibili con il suo stato di salute, anche se inferiori a quelle originariamente svolte.

A parer della Suprema Corte, quindi, anche in tali casi il datore ha l’obbligo del c.d. “repêchage” a pena di inesistenza del licenziamento e conseguente reintegra del lavoratore licenziato.

Nel caso di specie, la Corte d’Appello di Torino ha ritenuto illegittimo il licenziamento di una lavoratrice per sopravvenuta inidoneità fisica allo svolgimento delle mansioni ascritte e ha condannato il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria determinata in venti mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto ai sensi dell’art. 18, comma 5 St. Lav. così come novellato dalla L. 92/2012. Ebbene, i giudici del gravame pur avendo rilevato che non era stato assolto l’obbligo di c.d. “repêchage“, hanno affermato che tale violazione non configurasse un’ipotesi di manifesta infondatezza del fatto posto alla base del licenziamento (ipotesi in cui si applica la reintegra ai sensi del comma 4 dell’art. 18 prima citato), così facendo applicazione della tutela indennitaria.

La lavoratrice ha tuttavia proposto ricorso per Cassazione, deducendo che la mancanza di posti di lavoro con mansioni idonee è, nel licenziamento per inidoneità fisica, “fatto costitutivo stesso del recesso“, a differenza delle altre ipotesi di g.m.o.; in tal senso, nel caso in cui sussistano nell’assetto organizzativo aziendale, mansioni compatibili con lo stato di salute del lavoratore anche inferiori rispetto a quelle in precedenza ascritte, il motivo addotto a giustificazione del licenziamento è da ritenersi del tutto insussistente.

Ebbene, la Suprema Corte, con la sentenza in commento, accogliendo il ricorso ha rammentato che il caso di specie aveva ad oggetto la verifica in diritto della tutela applicabile in caso di illegittimità del licenziamento intimato per sopravvenuta inidoneità fisica o psichica del lavoratore dovuta a violazione dell’obbligo di adibire il lavoratore a mansioni compatibili con il suo stato di salute.

Pertanto, conformandosi a un precedente orientamento dei giudici di legittimità (cfr. Cass. 30/11/2015 n. 24377), la Corte di Cassazione ha affermato che l’art. 18 cit., nel settimo comma modificato dalla legge 92/2012, prevede espressamente la reintegrazione per il caso in cui il giudice accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato per motivo oggettivo consistente nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore, senza attribuire al giudice stesso alcuna discrezionalità .

La decisione in commento si allinea con un recente e più rigido orientamento della Corte di Cassazione da ultimo confermato con la sentenza n. 10435 del 2 maggio 2018, sebbene afferente al licenziamento per motivi economici, secondo cui anche la carenza di uno dei due presupposti del licenziamento e, quindi, anche la non sussistenza dell’impossibilità di una diversa utilizzazione del lavoratore licenziato in mansioni diverse, può determinare la sanzione reintegratoria di cui al comma 4 dell’art. 18 novellato.

Per i Giudici di legittimità, inoltre, un’interpretazione contraria risulterebbe in contrasto non solo con la ratio della norma ma anche con principi di rango costituzionale ed internazionale.