Responsabilità solidale negli appalti e litisconsorzio dopo il D.Lgs. n. 25/2017

Uno degli aspetti più critici in materia di appalto e foriero di gran parte del contenzioso giuslavoristico, è quello che attiene alla responsabilità solidale del committente rispetto alla retribuzione nei confronti dei dipendenti dell’appaltatore e alla relativa contribuzione, come imposta dall’art. 29, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003.

Secondo tale disposizione, infatti, nella vigente formulazione introdotta dal D.Lgs. n. 25/2017, “in caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di trattamento di fine rapporto, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto“.

Alla luce di tale novella normativa, un dipendente dell’appaltatore, per vedere accertato il proprio credito da lavoro, può chiamare in causa direttamente il committente dell’appalto nell’ambito del quale ha prestato attività lavorativa, senza necessariamente convenire anche il proprio datore di lavoro. Diversamente, la precedente formulazione della norma obbligava chi avesse voluto proporre ricorso avanti al Giudice del Lavoro per ottenere l’accertamento dei crediti sorti nell’ambito di un appalto, e proporre l’azione nei confronti del committente garantendosi così la presenza in processo del soggetto solitamente più “capiente”, ad instaurare un litisconsorzio necessario con il proprio datore di lavoro.

Tale intervento normativo, che riavvolge la lancette alla prima formulazione della norma (settembre 2003) si risolve in un netto vantaggio per il lavoratore, che – come avveniva anteriormente all’introduzione, nel 2012, della necessità del litisconsorzio – può nuovamente adire esclusivamente il soggetto più solido della filiera dell’appalto, qual è di norma il committente, in grado di offrire maggiori garanzie di solvibilità.

La riforma si volge quindi a sfavore del committente che, proprio per la sua sostanziale terzietà rispetto ai dipendenti dell’appaltatore, è chiamato a difendersi in un procedimento nel quale ha limitata contezza circa le modalità con cui la prestazione lavorativa veniva svolta.

Un aspetto che il legislatore non ha, però, precisato nell’introdurre tale novella normativa è quello che attiene all’efficacia temporale della sua applicazione.

Mancando una precisa indicazione, è stato inizialmente proposto di applicare la nuova normativa alle posizioni creditorie sorte successivamente alla data di entrata in vigore della stessa, indipendentemente dalla data di conclusione del contratto d’appalto nell’ambito del quale i crediti oggetto della domanda fossero sorti.

Sul punto, è tuttavia possibile segnalare un diverso orientamento fatto proprio dal Tribunale di Milano con sentenza n. 2289/2018, alla luce del quale per determinare il dies a quo occorre, piuttosto, tenere in considerazione il momento di sottoscrizione del contratto d’appalto, applicando la nuova disciplina solamene a quelli successivi al 17 marzo 2017.