Con la sentenza 26/2019 della Corte d’appello di Torino sui rider (si veda il Sole 24 Ore del 12 gennaio) ha trovato applicazione, per la prima volta, una norma del Jobs act – l’articolo 2 del Dlgs 81/2015 – che ha lo scopo specifico di assicurare ad alcune categorie di collaboratori coordinati e continuativi (quelli inseriti nell’organizzazione del committente) tutele equivalenti a quelle del lavoro dipendente.

Questa norma può prestarsi a differenti interpretazioni; la Corte torinese ha scelto una posizione equilibrata, escludendo il collegamento automatico tra l’inserimento organizzativo del collaboratore e l’applicazione integrale di tutte le norme del lavoro subordinato. I giudici torinesi, discostandosi dall’interpretazione maggioritaria della dottrina, hanno riconosciuto ai collaboratori il diritto a ottenere il trattamento economico stabilito da un contratto collettivo esistente, senza tuttavia equiparare integralmente il loro rapporto al lavoro subordinato.

Ora che la giurisprudenza muove i primi passi, un intervento legislativo sulla materia – annunciato in questi giorni dal Governo – sarebbe superfluo, intempestivo e inopportuno. Sarebbe superfluo perché la sentenza di Torino dimostra che esiste già una norma di legge in grado di assicurare tutele adeguate in situazione di accertata dipendenza organizzativa dei collaboratori. Sarebbe intempestivo perché strozzerebbe sul nascere un processo di elaborazione giurisprudenziale che potrebbe far prevalere l’una o l’altra tesi ma che, in ogni caso, non lascerebbe senza tutele i collaboratori. Sarebbe, infine, inopportuno perché invaderebbe un campo che deve essere gestito dalle relazioni industriali.

Decidere, con un atto normativo, quale trattamento economico deve applicarsi a una certa categoria di collaboratori (i fattorini delle piattaforme online) si tradurrebbe in una pesante ingerenza su una materia che è sempre stata di competenza delle parti sociali. Non si vuole dire che il legislatore non sia legittimato a intervenire sul tema retributivo: il dibattito sul salario minimo legale dimostra che il tema non è un tabù. Tuttavia, un provvedimento destinato solo a una specifica categoria professionale si risolverebbe nella negazione del ruolo e della funzione del contratto collettivo, proprio ora che – per decisione dei giudici torinesi – i collaboratori ne possono rivendicare l’applicazione.

La sentenza di Torino dimostra che non è necessario alcun provvedimento legislativo: le regole, legali e contrattuali esistono e, se ci sono i presupposti di fatto per invocarne l’applicazione, possono garantire tutele adeguate ai lavoratori economicamente dipendenti. 

Piuttosto, il Governo dovrebbe stimolare una riflessione, da parte di tutti gli attori sociali e degli esperti che a vario titolo si occupano di politiche del lavoro, sugli effetti devastanti che la rivoluzione digitale sta producendo sul lavoro subordinato e sulle tecniche di tutela di chi opera nell’economia della condivisione.

Questa riflessione nel breve periodo non assicurerebbe risultati e non garantirebbe facili consensi; ma sarebbe l’unica strada in grado di dare risposte concrete e non demagogiche ai tanti problemi posti dalla grande trasformazione del lavoro.

(Oggi su Il Sole 24 Ore)