Dal 1° maggio scorso è diventato più appetibile il regime fiscale applicabile ai lavoratori impatriati: è questo l’effetto delle nuove misure emanate dal governo a favore del rientro in Italia dei soggetti che sono stati residenti all’estero, grazie alle modifiche finalizzate a rafforzare e semplificare il regime fiscale.
Infatti – salvo novità che dovessero intervenire in sede di conversione in legge – l’articolo 5, del decreto crescita (Dl 34/2019) è, in primo luogo, intervenuto sulla percentuale di esenzione per il reddito prodotto in Italia innalzandola al 70% (in precedenza era fissata al 50%); quest’ultima scatta al 90% per chi trasferisce la residenza nelle regioni di Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.
Inoltre, sono state previste alcune ipotesi di estensione della stessa, dando la possibilità di applicare l’agevolazione per ulteriori 5 anni, nel caso in cui il lavoratore abbia un figlio minorenne o a carico, anche in affido preadottivo, oppure acquisti un immobile residenziale in Italia dopo il trasferimento in Italia o nei 12 mesi ad esso precedenti.
In queste ipotesi, per gli ulteriori 5 anni, i redditi concorrono a formare l’imponibile per il 50% del loro ammontare: se il lavoratore ha almeno tre figli nelle condizioni di cui sopra, la percentuale di tassazione è fissata al 10%.
Ma quali sono i passaggi che deve affrontare un azienda che assume un soggetto con questi requisiti? Il datore di lavoro che assume un impatriato – intenzionato ad usufruire del regime agevolato – deve prima ottenere dal medesimo una richiesta scritta contenente le generalità, l’indicazione della data di rientro in Italia e della prima assunzione in Italia (in caso di più assunzioni); la dichiarazione di possedere i requisiti soggettivi previsti dalla norma; la specifica dell’attuale residenza in  Italia e l’impegno a comunicare tempestivamente ogni variazione della residenza (prima che sia decorso il periodo minimo richiesto per usufruire dell’agevolazione) oltre all’attestazione di non beneficiare contemporaneamente degli incentivi fiscali (divieto di cumulo).
E’, altresì, importante che il datore si faccia rilasciare una dichiarazione attestante il periodo d’imposta a partire dal quale viene richiesta l’agevolazione, in quanto il lavoratore ha la facoltà di presentare la domanda anche in caso di seconda e successiva assunzione (rispetto a quella per cui il lavoratore è rientrato).
Esauriti questi passaggi, il datore di lavoro è tenuto ad applicare il beneficio dal periodo di paga successivo alla presentazione della richiesta e, in sede di conguaglio, dalla data di assunzione, mediante applicazione delle ritenute sull’imponibile ridotto alla percentuale tassabile prevista dal regime agevolativo per il quale il lavoratore ha presentato la richiesta scritta, al quale vengono commisurate le relative detrazioni.
Poi, in sede di certificazione unica, il datore dovrà riportare sia i redditi sui cui ha calcolato l’imposta (percentuale agevolata) sia quelli che non hanno concorso a formare il reddito imponibile.
Nel caso in cui l’azienda non abbia potuto riconoscere l’agevolazione, il contribuente può fruirne – in presenza dei requisiti – direttamente attraverso la dichiarazione dei redditi: in questa ipotesi, il datore dovrà comunque indicare il reddito già corrisposto nella misura ridotta.
Infine, merita precisare come il Dl 34 semplifichi notevolmente l’ambito soggettivo di accesso al bonus: possono così godere del beneficio i lavoratori dipendenti, gli autonomi e i titolari di redditi assimilati al lavoro dipendente e, dal 1° gennaio 2020, anche i soggetti che avviano un’attività d’impresa in Italia.
L’agevolazione è applicabile a tutti i contribuenti – non più ai soli lavoratori in posizioni direttive o di elevata qualificazione o specializzazione – che trasferiscono la residenza in Italia, ai sensi dell’articolo 2 del Tuir e che non sono stati residenti in Italia nei due periodi d’imposta precedenti al trasferimento; inoltre, gli stessi si impegnano a risiedere in Italia per almeno due anni ed a svolgere attività lavorativa prevalentemente in territorio italiano. Ora, con il Dl 34/2019, vengono ammessi al regime speciale anche i soggetti non iscritti all’AIRE rientrati in Italia dopo il 31.12.2019, purché abbiamo avuto la residenza in un altro Stato ai sensi di convenzioni contro le doppie imposizioni, nei due periodi di imposta precedenti.

Alessandro Rota Porta