Nella dialettica sindacale si può ricorrere a forme espressive anche molto incisive. Ma la satira non giustifica mai, nello “scontro”, l’uso di armi che superino i limiti imposti dal cd. “minimo etico”.

 

È questo il principio recentemente ribadito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 14527/2018 (depositata il 6 giugno 2018), con cui si è pronunciata sul licenziamento di 5 addetti a uno stabilimento di una famosissima azienda automobilistica italiana nel napoletano.

 

La loro vicenda era salita alla ribalta delle cronache quando, in due distinte giornate di giugno 2014, davanti agli stabilimenti aziendali di Nola e di Pomigliano d’Arco e alla sede regionale campana della RAI i 5 lavoratori avevano allestito un patibolo con un manichino, avente le sembianze dell’amministratore delegato della società, impiccato a una corda e attorniato da diverse tute da lavoro macchiate di rosso.

 

I lavoratori avevano anche inscenato il funerale del vertice aziendale, con tanto di testamento che attribuiva alla sua responsabilità le morti per suicidio di alcuni colleghi avvenute poco tempo prima e lo accusava della “deportazione” (trasferimento) di altri lavoratori presso lo stabilimento di Nola, evidentemente vissuto come un vero e proprio lager.

 

Inequivocabile il messaggio dei lavoratori, altrettanto chiaro quello dell’azienda, che non esitava a licenziarli per giusta causa, ritenendoli colpevoli di avere, con i loro “atti macabri, gravissimi e inauditi“, irrimediabilmente pregiudicato ogni possibilità di una loro permanenza in azienda.

 

Impugnati i licenziamenti, il Tribunale di Nola rigettava i ricorsi dei lavoratori sull’assunto che le loro azioni avessero travalicato i limiti del diritto di critica e prodotto un grave pregiudizio all’onore, alla reputazione del datore di lavoro, anche in ragione della grande diffusione mediatica che avevano ricevuto.

 

Il secondo grado di giudizio vedeva invece prevalere la tesi dei lavoratori, che ravvisava nella loro messa in scena una manifestazione del pensiero – sì aspra nei toni, ma – comunque legittima, perché rispettosa di entrambi i limiti della continenza sostanziale e formale.

 

Stando alla Corte di Appello di Napoli, che disponeva la reintegrazione dei lavoratori, in primo luogo la rappresentazione doveva ritenersi riconducibile agli episodi di due dipendenti dell’azienda morti suicidi poco tempo prima, i quali avevano lasciato lettere contenenti dichiarazioni che ricollegavano il loro gesto estremo alla condizione lavorativa e all’essere stati a lungo sospesi in cassa integrazione.

 

Per i giudici partenopei, inoltre, le scene sarcastiche allestite dai lavoratori erano da considerarsi prive di violenza, non offensive né esorbitanti l’obiettivo di censura dei lavoratori.

 

Di avviso opposto invece la Suprema Corte, secondo la quale il linguaggio e le immagini utilizzati dai lavoratori, benché da leggersi in ottica satirica, vanno ben oltre il punto di equilibrio fra l’interesse al libero esercizio del diritto di critica verso il datore (garantito dagli artt. 21 e 39 della Costituzione e dall’art. 1 dello Statuto dei Lavoratori) e quello opposto al diritto alla tutela della persona umana (anch’esso costituzionalmente tutelato dall’art. 2 Cost.).

 

I giudici di legittimità hanno sottolineato che i lavoratori, attribuendo al datore di lavoro qualità riprovevoli ed esponendolo al “pubblico dileggio“, hanno mosso offese eccedenti “i limiti di rispetto della democratica convivenza civile“, “gratuite” in quanto sganciate dal dibattito sindacale e volte solo a evocare uno “scontro violento e sanguinario, fine a se stesso, senza alcun interesse ad un confronto con la controparte“.

 

Per tali ragioni, la loro condotta deve ritenersi in aperto contrasto con l’obbligo di fedeltà di cui all’art. 2105 cod. civ. e idonea a costituire giusta causa di licenziamento.