Trasferimento di ramo d’azienda e contestazione da parte dei lavoratori. Un’occasione mancata?

Con due decisioni gemelle rese a un giorno di distanza l’una dall’altra (8 aprile 2019, n. 9750 e 9 aprile 2019, n. 9872) la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine al regime di decadenza cui soggiacciono le contestazioni dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda.

La questione è di notevole rilevanza pratica, in quanto interessa direttamente la certezza dei rapporti giuridici in un momento tanto delicato quanto quello della circolazione dell’azienda. Chiunque si sia trovato coinvolto in un’operazione di trasferimento di ramo d’azienda sa infatti che, in tali occasioni, è possibile che si manifestino due generi di problemi: da un parte può esservi un lavoratore che, individuato come appartenente al ramo trasferito, decida di opporsi al trasferimento affermando di non far parte di tale ramo; dall’altra parte può accadere il contrario, ossia che un lavoratore rimasto presso la cedente lamenti l’“esclusione” e si rivolga ad un Giudice chiedendo la costituzione (rectius: prosecuzione) del rapporto di lavoro in capo alla cessionaria.

Entrambe le situazioni sono fonte di incertezza nella regolamentazione dei rapporti giuridici ed economici tra venditore e acquirente, che si trovano a dover attivare i rimedi contrattuali  previsti per correggere il prezzo di vendita del ramo dell’azienda, se non addirittura a ripensare l’intera convenienza economica dell’operazione (si pensi, per esempio, al caso in cui il dipendente “dissenziente” sia in possesso di conoscenze chiave per il funzionamento del ramo).

Per limitare tale incertezza, il legislatore del 2010 ha introdotto l’onere del lavoratore di impugnare stragiudizialmente la cessione del proprio contratto entro 60 giorni dalla data dell’avvenuto trasferimento (art. 32, comma 4, lett. c, legge n. 183/2010). Analogo termine di decadenza, tuttavia, non è stato espressamente previsto con riferimento all’ipotesi in cui il lavoratore escluso dal trasferimento intenda agire al fine di veder accertato il proprio diritto alla prosecuzione del rapporto di lavoro con il cessionario, con la conseguenza che – di fatto – tali lavoratori possono sollevare le loro contestazioni negli ordinari termini di prescrizione, ossia anche ad anni di distanza dal (mancato) trasferimento.

Con una presa di posizione “coraggiosa”, la Corte di Appello di Palermo aveva quindi provato a sostenere che il termine di decadenza previsto dall’art. 32 della l. 183/2010 per l’ipotesi in cui il lavoratore contesti la genuinità di un trasferimento d’azienda e richieda, quindi, la ricostituzione del rapporto di lavoro presso l’impresa cedente, potesse trovare applicazione anche qualora un dipendente, a fronte di un legittimo trasferimento d’azienda, rivendichi il diritto a proseguire il rapporto con il soggetto cessionario.

L’applicazione analogica si sarebbe giustificata, secondo la Corte territoriale, “attesa la ratio della norma, volta a tutelare l’esigenza di celere definizione delle situazioni giuridiche controverse”.

La soluzione, tuttavia, non ha incontrato il favore della Cassazione che, con un’interpretazione rigorosa sul piano del diritto, ha precisato che la cessione dei contratti di lavoro nell’ipotesi di trasferimento di azienda avviene automaticamente ex art. 2112 c.c., sicché non vi è alcuna necessità, né onere per il lavoratore, di far valere formalmente nei confronti del cessionario l’avvenuta prosecuzione del suo rapporto di lavoro con quest’ultimo (che ha acquisito contrattualmente l’azienda cedente ed il relativo personale), essendo tale prosecuzione già avvenuta ope legis.

Escluso, quindi, che il diritto del lavoratore a far valere la cessione possa essere sottoposto al termine di decadenza di cui all’art. 32, legge 183/2010, il problema non potrà che essere risolto da legislatore attraverso un auspicabile intervento legislativo che contribuisca a contenere eventuali comportamenti opportunistici e/o dilatori da parte dei lavoratori.

Tommaso Erboli