A quattro anni esatti dall’entrata in vigore del d.lgs. 23/2015 sul contratto a tutele-crescenti  (utilizzabile dal 7 marzo del 2015) è possibile fare un bilancio abbastanza completo sui risultati applicativi di una riforma molto discussa.

In questi anni, la giurisprudenza ordinaria ha assottigliato e quasi annullato le differenze tra le nuove regole e il sistema sanzionatorio contenuto nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (nella versione aggiornata dalla legge Fornero del 2012).

Il progressivo avvicinamento tra i due sistemi è passato attraverso il concetto di “inesistenza del fatto giuridico”: considerato che nel sistema dell’art. 18 un fatto materialmente esistente ma giuridicamente lecito non era considerato sufficiente per escludere la reintegra, il Jobs Act aveva introdotto il concetto di fatto materiale, per ridurre i casi di applicazione della tutela “forte”. Questo tentativo è stato vanificato dalla giurisprudenza che, anche di fronte alla nuova nozione, ma ha mantenuto ben saldo il concetto di “inesistenza giuridica” del fatto, riferibile a un fatto che è avvenuto ma non si è concretizzato nella violazione di regole di comportamento (es. Corte d’Appello dell’Aquila sent. n. 993/2017).

Di fronte a questa lettura, il principale elemento di discontinuità tra il vecchio art. 18 e il regime delle tutele crescenti è diventato il metodo di calcolo dell’indennità risarcitoria.

Anche questa differenza è stata, tuttavia, messa in discussione da due interventi incisivi.

Prima il c.d. decreto dignità ha alzato il tetto massimo del risarcimento spettante (il minimo è salito a 4 a 6 mensilità, il massimo da 24 a 36), pur lasciando inalterato il criterio di calcolo introdotto dal d.lgs. 23/2015 (2 mesi per ogni anno di anzianità).

Successivamente, la Corte Costituzionale (sent. n. 194/2018) ha messo in discussione proprio quel meccanismo, eliminando ogni collegamento automatico tra anzianità e risarcimento, restituendo un ampio margine di discrezionalità al Giudice.

Il risultato finale di questi interventi è sorprendente: nato come lo spauracchio per tutti i “nuovi assunti”, il sistema delle tutele crescenti è, oggi, un meccanismo sanzionatorio che, oltre ad assomigliare in molti aspetti a quello precedente, può addirittura risultare più conveniente rispetto all’art. 18 (che per la tutela indennitaria fissa un limite massimo di 24 mensilità, molto inferiore rispetto ai 36 mesi previsti per le tutele crescenti).

Questo rimescolamento delle convenienze mette in crisi anche quei tanti accordi individuali (e, in alcuni casi, collettivi) che hanno previsto il mantenimento del regime dell’art. 18 in favore di lavoratori assunti dal 7 marzo 2015, come forma impropria di benefit.

Questi accordi si fondavano su un presupposto che oggi è venuto meno: è facile prevedere grossi problemi interpretativi in caso di applicazione giudiziale di queste intese.

Un altro tema esaminato dalla giurisprudenza riguarda l’applicazione delle “tutele crescenti” ai contratti a termine nati prima del 7 marzo 2015 e trasformati a tempo indeterminato a partire da quella data: secondo una lettura più vicina alla volontà del legislatore, questi contratti sarebbero soggetti alle tutele crescenti (lettura confermata anche dal Tribunale di Parma, sent. 383/2019). Secondo una ricostruzione differente (Tribunale di Roma, ord. 75870/2018) a questi contratti si applica l’art. 18: con i cambiamenti intervenuti nell’ultimo anno, non è detto che sia una buona notizia per i lavoratori.