Nel dibattito sull’applicazione del regime delle tutele-crescenti introdotto dal D.Lgs. 23/2015 si è inserita la recente pronuncia del Tribunale di Parma del 18 febbraio 2019 n. 383, che ha fornito un nuovo punto di vista in merito al campo di applicazione del regime anzidetto e dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.

La sentenza del Giudice di Parma ha ritenuto che, laddove un contratto di lavoro a tempo determinato, sottoscritto prima del 7 marzo 2015 – data di entrata in vigore del D. Lgs. 23/2105 – e convertito in sede giudiziale in un contratto a tempo indeterminato successivamente a tale data, il regime applicabile al lavoratore cui sia stato intimato un licenziamento dichiarato nullo sia quello previsto dall’art. 18 della L. n. 300/1970.

Secondo l’analisi del Giudice di Parma, “posto che la conversione operata in sede giudiziale di un contratto a termine… determina la costituzione di un rapporto a tempo indeterminato con efficacia ex tunc”, ai fini dell’applicazione della tutela del lavoratore “rileva esclusivamente la data di costituzione del rapporto di lavoro”.

Pertanto il Giudice dopo aver dichiarato la nullità del licenziamento orale intimato al lavoratore, ha per l’effetto disposto l’applicazione della tutela di cui all’art. 18, L. n. 300/1970, in quanto il rapporto, seppur convertito a tempo indeterminato dal giudice dopo il 7 marzo 2015, era iniziato anteriormente a tale data.

Il Tribunale di Parma ha in tal modo escluso l’applicazione dell’art. 1 comma 2 del D. Lgs. 23/2015, che prevede l’attuazione del regime delle tutele crescenti in caso di conversione di un contratto a tempo determinato successiva al 7 marzo 2015: secondo il Giudice della sentenza in esame, la conversione cui si riferisce il comma 2 è una conversione di natura negoziale, ossia un accordo tra le parti teso alla trasformazione e prosecuzione del rapporto di lavoro, e non invece di natura giudiziale, come quella avvenuta nel caso di specie. Pertanto solo in presenza della prima fattispecie, ossia in presenza di una conversione di natura negoziale, risulterebbe applicabile il regime delle tutele crescenti.

Il dibattito sul significato e sull’estensione del concetto di “conversione” del contratto a tempo determinato – prevista dall’art. 1 comma 2 del D. Lgs. 23/2015 – è molto attuale e vede coinvolta principalmente la giurisprudenza di merito, la quale ha recentemente fornito diverse soluzioni attuative delle tutele crescenti ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato.

Se un primo orientamento sostenuto dal Tribunale di Napoli, con la sentenza del 27 giugno 2018, ha inteso la conversione del contratto a termine in maniera estensiva, includendo tutte le ipotesi di trasformazione del rapporto di lavoro, sia per via giudiziale che negoziale, un secondo e successivo orientamento del Tribunale di Roma del 6 agosto 2018, ha previsto al contrario l’applicazione di detta tutela esclusivamente nelle ipotesi di una “conversione in senso tecnico” del contratto a termine successiva al 7 marzo 2015.

Tale orientamento ha in tal modo escluso dall’applicazione delle tutele crescenti le trasformazioni dei contratti a termine derivanti da una manifestazione di volontà delle parti o da una prosecuzione automatica del rapporto di lavoro senza alcuna interruzione.

L’interpretazione fornita dal Tribunale di Roma, che ha da subito suscitato una serie di dubbi applicativi, è stata in ogni caso superata dalla più recente ed esaminata sentenza del Tribunale di Parma, per cui l’accesso al regime delle tutele crescenti dovrebbe intendersi ammesso per le sole conversioni volontarie dei contratti a termine, e non anche per quelle che siano frutto di una pronuncia giudiziale.

La questione ermeneutica sottesa alle pronunce della giurisprudenza di merito citate ha una forte rilevanza sul piano pratico, dal momento che in base all’interpretazione fornita dal giudicante caso per caso muta anche la tutela risarcitoria applicabile al lavoratore.

La problematica risulta ancor più attuale alla luce del rinnovato quadro sanzionatorio introdotto dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 194/2018, dal momento che, ad oggi, un lavoratore assunto a tempo indeterminato successivamente alla data del 7 marzo 2015 e illegittimamente licenziato ai sensi dell’art. 2, comma 1 del D. Lgs. 23/2015, potrebbe aver diritto nella migliore ipotesi ad una indennità risarcitoria fino a 36 mensilità, anche a fronte di una anzianità di servizio ridotta, ed ottenere pertanto una tutela risarcitoria potenzialmente più favorevole di quella prospettata dall’art. 18 della L. 300/1970.