Whistleblowing: chi suona il fischietto?

La parola inglese “Whistleblower” (letteralmente, “colui che suona il fischietto”) è  entrata ufficialmente anche nel nostro vocabolario giuridico con la Legge n. 179 del 2017, che ha concretizzato – anche nell’ordinamento italiano – la tutela di coloro che segnalano gli illeciti in ambito lavorativo nello svolgimento delle proprie funzioni.

Dopo il via dato dagli Stati Uniti all’introduzione di meccanismi idonei a garantire anonimato e protezione ai dipendenti che si rendono protagonisti di questo tipo di segnalazioni, anche l’Europa si è attivata in tal senso. E’, peraltro, recente la notizia della proposta della Commissione Europea di unificare la disciplina dei “whistleblowers” attraverso una direttiva con impatto diretto su specifiche aree di interesse comunitario.

La nuova normativa italiana completa una regolamentazione del fenomeno già esistente ma frammentaria e precedentemente limitata alle sole aziende pubbliche. Più precisamente, oltre a essere state confermate le tutele per il settore pubblico, sono state estese anche alle aziende private provviste di modelli attuativi del Decreto Legislativo n. 231 del 2001, per le quali è stato espressamente previsto che:

  • attivino canali che consentano al lavoratore di denunciare eventuali illeciti, preservando l’anonimato del denunciante;
  • vietino atti di ritorsione o di discriminazione nei confronti del denunciante per motivi collegati alla segnalazione;
  • introducano nel codice disciplinare, sanzioni per chi vìola il suddetto divieto e per chi effettua false denunce con dolo o colpa grave.

La nuova normativa non è rimasta esente da critiche, nei primi commenti degli esperti: la maggior parte dei commentatori ha, infatti, sin da subito evidenziato la limitazione della normativa alle sole aziende private provviste di modelli “231” oltre all’assenza di opportune garanzie per il soggetto che dovesse rivelarsi accusato ingiustamente (e, di contro, l’eccessiva tutela in favore del solo denunciante).

Va, poi, segnalato il ruolo critico di Confindustria, che, pur avendo sostenuto sin dalle fasi iniziali la elaborazione della legge, ha spesso messo in guardia il legislatore dai rischi insiti in molti passaggi della riforma. L’associazione, tuttavia, ha mantenuto un approccio costruttivo, tanto da diffondere nel gennaio 2018 una nota nella quale arriva ad ipotizzare le modalità di segnalazione degli illeciti (su cui la legge non interviene) e a individuare il soggetto/organo cui indirizzare le denunce, offrendo alcune interessanti soluzioni operative.

Allo stato attuale, vien da sé una considerazione finale: sembra quasi che il legislatore, con l’approvazione della legge n. 179/2017, abbia voluto lanciare alle aziende un invito a “mettersi in ascolto” delle esigenze dei propri dipendenti, anche attraverso le denunce di illeciti altrui (comunque, sinonimo di inefficienza e possibile carenza di produttività).

Fabrizio Morelli – Francesca Anna Maria De Novellis