La nuova Direttiva comunitaria sul whistleblowing, approvata il 25 settembre scorso, potrebbe avere un impatto rilevante sulla normativa vigente nel nostro paese (legge n. 179/2017). I principi introdotti a livello comunitario dovranno, infatti, trovare attuazione nei singoli Stati membri, e questo lavoro di trasposizione rendera’ necessaria la modifica delle regole nazionali incompatibili con i contenuti della Direttiva.

Il primo aspetto della legge 179/2017 che potrebbe essere interessato da cambiamenti riguarda l’ambito di applicazione delle regole sul whistleblowing: mentre la normativa italiana si applica, nel settore privato, solo alle imprese che hanno adottato il modello organizzativo 231, la Direttiva riguarda tutte le imprese con piu di 50 dipendenti, a prescindere dall’adozione del modello 231. Un piccolo cambiamento riguarda anche il settore pubblico, dove oggi la normativa italiana si applica senza eccezioni: la Direttiva lascia libertà agli Stati Membri di esentare i comuni con meno di 10 mila abitanti e gli enti pubblici con meno di 50 dipendenti.

Nei due provvedimenti ci sono delle differenze anche rispetto al tipo di condotte che possono essere oggetto di segnalazione: la normativa italiana considera  le condotte conosciute nell’ambito del rapporto di lavoro, se si tratta di settore pubblico, oppure le condotte rilevanti ai fini del modello 231 (quindi sulla base delle attività a rischio individuate nel modello), nel caso del settore privato. La Direttiva considera, invece, tutte le violazioni relative ad alcuni specifici settori, tra i quali rientrano appalti, servizi finanziari, sicurezza dei prodotti e dei trasporti, tutela dell’ambiente e dei consumatori.

La Direttiva allarga anche il campo dei soggetti tutelati nella veste di segnalanti: vengono inclusi in questo ambito anche gli azionisti delle società, i soggetti che assistono i whistleblower, gli ex dipendenti e coloro i quali hanno conosciuto gli illeciti in fase di selezione.

Dal punto di vista delle tutele per il segnalante, la Direttiva aggiunge alcuni strumenti molto forti (riassunzione provvisoria, accesso gratuito a informazioni per la tutela, assistenza legale e finanziaria). Molto rilevante, in questo ambito, l’esclusione di responsabilità in alcuni tipi di procedimenti (diffamazione, violazione del copyright o del segreto, anche industriale, tutela dei dati personali, risarcimento danni in ambito civile, pubblico e giuslavoristico).

La Direttiva cambia anche le condizioni necessarie per applicare le tutele: gli strumenti di protezione si applicano, infatti, ogni volta che il segnalante abbia fondati motivi di ritenere che le informazioni fossero vere al momento della segnalazione, a patto che abbia seguito le procedure interne. Nella normativa italiana, invece, la tutela non è garantita nei casi in cui sia accertata la responsabilità penale per diffrazione o quella civile per dolo o colpa grave, rispetto al settore pubblico (nulla si dice in merito al settore privato). Infine, c’è qualche differenza nell’approccio verso le segnalazioni anonime: in Italia per il settore pubblico l’ANAC presuppone che l’identificazione del soggetto segnalante, mentre in ambito privato le segnalazioni anonime sono nella pratica ammesse. La Direttiva comunitaria ammette l’anonimato, pur lasciando agli stati membri la facoltà di decidere se gli enti e le autorità pubbliche siano obbligati ad accettare questo tipo di segnalazioni.

Giampiero FalascaAntonio Carino