La Suprema Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 35792 ha preso in esame, per la prima volta, la normativa sul whistleblowing, affermando che il dipendente che si improvvisa investigatore in violazione della legge utilizzando credenziali altrui per accedere ad un sistema informatico al fine di collezionare prove di illeciti nell’ambiente di lavoro, non può invocare la tutela del whistleblowing.

Nel caso di specie, un dipendente (del settore pubblico), per dimostrare la vulnerabilità del sistema informatico adottato dal datore di lavoro, aveva utilizzato le credenziali di una collega e aveva elaborato un falso documento di fine rapporto a nome di una persona che non aveva mai lavorato presso l’istituto. Alla luce dell’accaduto il dipendente, essendo stato imputato per il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico, ex art. 615 ter c.p., si è difeso sostenendo l’applicabilità della disciplina del whistleblowing alla sua condotta, ispirata dalla “finalità di denuncia” nell’adempimento di un dovere.

La Corte di Cassazione ha sottolineato che la normativa che regola il whistleblowing (legge 30 novembre 2017 n. 179) intende tutelare il soggetto che rappresenti fatti antigiuridici appresi nell’esercizio delle proprie funzioni, rispondendo a una duplice finalità consistente, da un lato, nel delineare un particolare status giuslavoristico a tutela del dipendente che segnala gli abusi, e, dall’altro, nel favorire l’emersione, dall’interno delle organizzazioni pubbliche, di fatti illeciti, promuovendo forme più incisive di contrasto alla corruzione.

Come noto, infatti, la normativa sul whistleblowing prevede che il dipendente virtuoso non possa subire sanzioni, licenziamento o misure discriminatorie, dirette o indirette, aventi effetti sulle condizioni di lavoro, per motivi collegati alla segnalazione effettuata, che deve avere ad oggetto una condotta illecita, non necessariamente penalmente rilevante; quanto ai destinatari della comunicazione, la stessa può essere rivolta all’autorità giudiziaria ordinaria, alla magistratura contabile ed al superiore gerarchico del segnalatore.

Tuttavia, a parer dei Giudici di legittimità, la normativa più volte citata si limita a evitare conseguenze sfavorevoli per il rapporto di impiego del segnalante che acquisisca, nel contesto lavorativo, notizia di un’attività illecita, ma non fonda alcun obbligo di attiva acquisizione di informazioni, autorizzando improprie attività investigative, in violazione dei limiti posti dalla legge.

In attesa dei primi risvolti di applicazione pratica della normativa e di interpretazione giurisprudenziale afferente il settore privato nello specifico, con la pronuncia in commento sembra che la Suprema Corte abbia voluto offrire sin da subito una linea di equilibrio nell’interpretare lo “strumento” del whistleblowing, non esente da contestazioni che hanno accompagnato la sua entrata in vigore.

A tale riguardo, il messaggio della Corte appare nel senso di voler rimarcare che la giusta finalità del whistleblowing deve essere perseguita utilizzando questo strumento entro confini ben delineati e senza, pertanto, distorcerne la portata né, soprattutto, assumendo addirittura, come nel caso di specie, una condotta “investigativa” attiva. Per ora sembra dunque prevalere un affidabile senso d’equilibrio.